Arte e teatro

In Arte e teatro trovi alcune opere che hanno documentato il teatro, gli attori, il palcoscenico e i fatti riguardanti l’arte drammatica nel tempo.

Pagina aggiornata il: 5 settembre 2020. – Anna Nosotti contribuisce all’audience di questa pagina, ai testi e agli approfondimenti sulle schede. Torna a visitarci e troverai nuovi contenuti.

Arte e teatro, Teatro popolare di Felice Carena

Teatro popolare di Felice Carena
Teatro popolare di Felice Carena

Felice Carena, Teatro popolare, 1933, olio su tela, 140.5 x 202 cm. Milano, Galleria d’Arte Moderna

Felice Carena fu un protagonista della Scuola romana e in questo dipinto ritrae alcuni spettatori di un teatro popolare. Una donna vestita con un lungo abito rosso è seduta in mezzo ad un gruppo di uomini. La spettatrice è composta e manifesta un’espressione pensierosa. Inoltre il colore del suo abito è chiaro e più luminoso di quello degli uomini e sembra emettere luce propria. Felice Carena ha messo in questo modo in risalto la figura della spettatrice che rimane immobile.

C’è qualcuno che ride e le maschere di Pirandello

C’è qualcuno che ride. Uno spettacolo teatrale? Una festa? Forse un funerale? Pirandello non lo esplicita, ma nel silenzio più assoluto, durante una serissima adunata popolare, c’è qualcuno che ride. E questo crea scompiglio e indignazione. Di difficile interpretazione, la novella di Pirandello può essere vista come allegoria della società, del fascismo oppure della nostra stessa esistenza umana. Anche in quest’opera di Felice Carena (collocabile all’incirca negli stessi anni) tra gli spettatori c’è chi ride, ma anche chi rimane perplesso oppure distratto o annoiato. E i loro, più che volti, sembrano maschere, di pirandelliana memoria. Queste persone assistono a uno spettacolo? Quale? Perché? Lo stesso mistero avvolge le due opere, che denotano la stessa inquietudine esistenziale.

Arte e teatro, La commedia e la tragedia di Giorgio de Chirico

La commedia e la tragedia di Giorgio de Chirico
La commedia e la tragedia di Giorgio de Chirico

Giorgio de Chirico, La commedia e la tragedia, 1926, olio su tela, misure?. Rovereto, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart)

Una interpretazione metafisica delle due arti drammatiche.

Le muse del teatro

L’opera richiama subito alla mente “La nascita della tragedia” di Nietzsche. Tra apollineo e dionisiaco, De Chirico predilige sicuramente il secondo, rappresentato da Muse statiche ed inquietanti. Un confronto immediato con le stesse raffigurazioni su antichi vasi greci può quindi rivelarsi molto interessante. Ma tornando a quest’opera, ciò che conta maggiormente è l’interpretazione metafisica e personalissima della cultura greca: per lui, come per Foscolo, il mito della terra d’origine rimarrà comunque una costante della sua produzione artistica.

Arte e teatro. I sette teleri di Marc Chagall per il Teatro ebraico da camera di Mosca

Introduzione al teatro ebraico di Marc Chagall
Introduzione al teatro ebraico di Marc Chagall

Marc Chagall, Introduzione al teatro ebraico, 1920, tempera e caolino su tela, 284 x 787 cm. Mosca, Galleria di Stato Tretjakov

Nel 1920 Marc Chagall realizzò sette grandi teleri per decorare il Teatro ebraico di Mosca. I soggetti di queste opere non sono però i soliti dell’artista legati alla tradizione ebraica e russa. Infatti le immagini sono disinvolte e fantasiose e ricordano le sperimentazioni cubiste con la scomposizione dei piani. Inoltre l’artista fu colpito dalla tecnica dei colori simultanei dei due artisti Robert e Sonia Delaunay. Chagall fu attratto da ogni forma di spettacolo fin da bambino, dal circo, dalla danza e dal teatro. Anche Bella, sua prima moglie, fu appassionata e studentessa di teatro.

Non solo il circo

Pensiamo a Chagall, e immediatamente ci vengono alla mente le immagini del circo: trapezisti, danzatrici volanti (come non pensare alla “Donna cannone”, composizione del cantautore italiano Francesco De Gregori?), giocolieri. Pochi però conoscono il suo interesse per il teatro, nato forse dall’incontro con Bella, la sua prima moglie, attrice e studentessa di recitazione.

Questi teleri per il Teatro ebraico di Mosca non sono solo capolavori pittorici. Rappresentano infatti l’ennesima riprova della capacità dei grandi artisti di apprendere tecniche pittoriche nuove da altre arti. Chagall quindi rielaborò in modo personalissimo tali suggestioni. Qui, il cubismo, che l’autore aveva conosciuto negli anni Dieci del Novecento a Parigi, si mescola con la sua pittura sognante e quasi fanciullesca. Anche la letteratura influenzò la sua arte, (si pensi allo scrittore russo Gogol), metaforica, sicuramente, ma qui anche attenta al presente e alla rivoluzione politica in atto nel suo paese di origine.

Ma questi teleri non sono solo pittura: sono teatro essi stessi, parte viva di uno spettacolo inaugurale, per cui Chagall aveva realizzato anche costumi e scenografie. Un vero e proprio teatro nel teatro.

Arte e teatro, Le Missionaire di Henri de Toulouse-Lautrec

Le Missionaire di Henri de Toulouse-Lautrec
Le Missionaire di Henri de Toulouse-Lautrec


Henri de Toulouse-Lautrec, Le Missionnaire, 1894, litografia a 4 colori su carta intessuta, 30.7 x 24 cm. New York, National Gallery of Art

Farsi ammirare a teatro

È durante la Belle Epoque che le locandine (o meglio le affiches) non si limitano a rappresentare semplici pubblicità, ma diventano veri e propri capolavori di grafica. Henri de Toulouse-Lautrec si rivela presto maestro indiscusso di quest’arte: locandine di caffè chantants (uno fra tutti il “Moulin Rouge” di Parigi), bar, bordelli, teatri. Qui possiamo osservare una affiche pubblicitaria per lo spettacolo “Le Missionnaire” di Marcel Luguet (25 aprile 1894, quinto spettacolo della stagione, Teatro Antoin Simon Berriau, Parigi).

Quello che interessa all’artista è il pubblico: una donna osserva la scena da un palco, servendosi di un binocolo. Accanto a lei un uomo, si pensa un pittore, compassato e quasi annoiato. Il punto di vista sembra essere quello di uno spettatore seduto in platea, che prova ammirazione per chi può permettersi un palco. Ancora una volta, quindi, andare a teatro è fare teatro, è farsi ammirare come e più degli stessi attori che si muovono sul palcoscenico. Ma non è ancora così, in occasione di alcune prime particolarmente importanti e mondane?

Arte e teatro, Portia di Sir John Everett Millais

Portia di Sir John Everett Millais
Portia di Sir John Everett Millais

Sir John Everett Millais, Portia, 1886, olio su tela, 125,1 x 83,8 cm. New York, The Metropolitan Museum of Art

In piedi, Signori, davanti a una donna

Tutte le eroine di Shakespeare sono dotate di forza, carattere, determinazione, ma forse Portia è la più moderna di tutte. Non solo è bella, colta e intelligente, ma riesce ad ottenere ciò che vuole senza eccedere nel ribellarsi al padre.

Ne “Il mercante di Venezia” arriva persino a travestirsi da avvocato per difendere Antonio e al processo lei sola riesce a battere l’abilissimo Shylock, laddove tutti gli uomini avevano fallito. In un mondo in cui la cultura era preclusa alle donne, lei utilizza abilmente la retorica e dimostra capacità logiche impressionanti.

Sicuramente il nome le deriva da Porzia, moglie di Marco Porcio Catone, di cui parla lo stesso Dante nel I Canto del Purgatorio. Un personaggio di questa portata non poteva che essere attraente per molte attrici, ma questo avvenne solo dopo l’inizio del XVII secolo, quando le donne ebbero finalmente accesso alle scene. Questo ritratto rivela tutta la sua forza interiore, il suo coraggio, la sua grande personalità. Come direbbe lo stesso Shakespeare “in piedi, Signori, davanti a una donna!!”

Arte e teatro, L’orchestra dell’Opéra di Edgar Degas

L’orchestra dell’Opéra di Edgar Degas
L’orchestra dell’Opéra di Edgar Degas

Edgar Degas, L’orchestra dell’Opéra, 1870 circa, olio su tela, 56,5 x 45 cm. Parigi, Musée d’Orsay

Edgar Degas ritrasse un gruppo di musicisti dell’Opéra di Parigi. Désiré Dihau, suo amico, suona l’oboe proprio al centro del dipinto. A sinistra in alto, invece, compare il volto del compositore Emmanuel Chabrier. L’opera quindi è un vero e proprio ritratto collettivo che impose a Degas di stravolgere la disposizione dei musicisti. Infatti solitamente l’oboe si trovava dietro il violoncello e il contrabbasso. I protagonisti del dipinto sono caratterizzati inoltre da espressioni che ne sottolineano il carattere.

In alto sul palco compaiono anche le figure, appena accennate, di alcune ballerine. Degas stesso infatti per evitare che attirassero l’attenzione dell’osservatore tagliò una parte della tela. Quindi le figure risultano prive della testa. Il maestro francese iniziò a inserire le giovani danzanti proprio nei dipinti della serie delle orchestre realizzati tra il 1869 ed il 1876. Le ballerine diventarono poi il tema più rappresentato in tante opere dell’artista.

La buona borghesia a teatro

Per oltre due secoli,”andare all’Opera” ha rappresentato, per la borghesia europea, un vero proprio rito, sociale e culturale al tempo stesso. Infatti, l’accesso a un palco o a un buon posto in platea si trasformavano anch’essi in un altro palcoscenico, da cui osservare ed essere ammirati. Come non ricordare “la signora delle camelie”, in cui Margherita si mostrava dal suo palco con un fiore sul petto, bianco per venti giorni e rosso per i restanti cinque (lanciando quindi un inequivocabile segnale di disponibilità ai suoi amanti)?

Inoltre, a teatro le signore mostravano scollature generose, che poi occultavano ipocritamente in famiglia al loro rientro a casa, come fa ben notare lo stesso Verga, nella prefazione a “Eva“: anch’esse, quindi, avevano recitato una parte… In quest’opera pittorica, però, Degas preferisce raffigurate non il rito, ma alcuni amici musicisti, che realmente lavoravano all’Opéra di Parigi, utilizzando però una soluzione visiva originale, che ce li fa osservare dal basso, come se noi stessi fossimo seduti in platea, a gustarci forse un’ overture. Insomma.. più teatro di così..

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Edgar Degas, L’orchestra dell’Opéra, sul sito del Musée d’Orsay di Parigi.

Arte e teatro. Spettatori a teatro di Honoré Daumier

Spettatori a teatro di Honoré Daumier
Spettatori a teatro di Honoré Daumier

Honoré Daumier, Spettatori a teatro, 1863, olio su tavola, 26 x 35 cm. Washington, National Gallery (Chester Dale Collection)

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Honoré Daumier, Spettatori a teatro, sul sito della National Gallery (Chester Dale Collection) di Washington.

Arte e teatro, Scena di una commedia. Uno Scapino di Honoré Daumier

Scena di una commedia. Uno Scapino di Honoré Daumier
Scena di una commedia. Uno Scapino di Honoré Daumier

Honoré Daumier, Scena di una commedia. Uno Scapino (Scène de comédie. Un Scapin), 1860 circa, olio su legno, 32,8 x 24,8 cm. Parigi, musée d’Orsay

Arte e teatro, Il servitore di due padroni che divertiva la borghesia francese

In principio fu l’Epidikazòmenos di Apollodoro di Caristo, a cui si ispirò Terenzio per il Phormio, fino ad arrivare a “Le furberie di Scapino” di Moliére. Un viaggio piuttosto lungo, per una trama teatrale… se non fosse che il commediografo francese, con l’abilità che lo contraddistingue, rielabora, stravolge, amplia, completa: situazioni, personaggi, psicologie. Ma a muovere le fila del complicato svolgimento della vicenda, ecco Scapino, la versione francese degli italianissimi Zanni , Brighella, Arlecchino, e come quest’ultimo servitore di due padroni.

Il quadro, però, è datato all’inizio della seconda metà dell’ ‘800. Il pubblico, borghese, è cambiato: non siamo più nella Parigi preilluministica, ma in pieno movimento verista, e ciò che diverte il pubblico è osservare uno Scapino furbissimo e maneggione alle prese con un uomo adulto quasi perso e preoccupato. Insomma, il pubblico si diverte a prendere in giro se stesso.

I Vespri siciliani di Domenico Morelli

I Vespri siciliani di Domenico Morelli
I Vespri siciliani di Domenico Morelli

Domenico MorelliI Vespri siciliani, 1859-1860, olio su tela, 264 x 185 cm. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Tre giovani ragazze fuggono dai tumulti di piazza mentre i soldati angioini affrontano il popolo di Palermo in rivolta.

W V.E.R.D.I.

Tutti sappiamo che la scritta W V.E.R.D.I., apparsa sui muri della Milano della prima metà dell’800, non rappresentava solo un omaggio al cigno di Busseto. Questa implicava anche un sottinteso politico, di cui i patrioti del tempo si servivano per auspicare la salita al trono di Vittorio Emanuele Re D’ Italia, in un paese finalmente libero e unito. Verdi ne era perfettamente a conoscenza, anzi ne andava fiero, anche perché molte delle sue opere (prima fra tutte il ” Nabucco”) alludevano ad un desiderio di cacciata dall’Italia dello straniero e ad un anelito di libertà.

Anche l’opera lirica “I vespri siciliani” (1855) rientrava in questa fase patriottica della produzione verdiana. Infatti all’ inizio fu bloccata dalla censura: anche se ambientata a Palermo nel 1282, era chiaro che la ribellione dei Siciliani del tempo contro gli Angioini rappresentava un chiaro riferimento simbolico alle lotte contemporanee e alle guerre di indipendenza anti austriache. Anche la pittura romantica amò ritrarre questo momento della vita siciliana: ne sono testimonianza quest’opera di Morelli e ben tre dipinti di Francesco Hayez, il più famoso conservato a Roma, presso la Galleria Nazionale d’arte Moderna. Ancora una volta, la storia e le arti hanno saputo dialogare tra di loro.

Arte e teatro, Ofelia (Ophelia) di John Everett Millais

Ofelia (Ophelia) di John Everett Millais
Ofelia (Ophelia) di John Everett Millais

John Everett Millais, Ofelia (Ophelia), 1851–2, olio su tela, 76,2 x 111,8 cm. Londra, Tate Britain

La giovane Ofelia galleggia sullo specchio d’acqua di un ruscello. L’acqua è limpida e lascia intravedere in trasparenza il tessuto dell’abito che la ricopre completamente. Ofelia ha poi le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Intorno a lei inoltre galleggiano piante acquatiche fiorite che sembrano sostenere il suo fragile corpo.

Il segreto di Ofelia

Ofelia non si è dibattuta troppo a lungo tra i dubbi, come ha fatto Amleto: ha scelto subito di “dormire”. Eccola qui, trasportata dall’acqua, in cui è nata, come tutti, e in cui ha deciso di ritornare, per sempre. “Nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni“: così la descrive Francesco Guccini (“Ophelia”), che nel comporre la canzone avrà sicuramente avuto presente questo quadro, in cui la fanciulla sembra aver accettato come inevitabili la pazzia e la morte.

Ripenso ad uno spettacolo cui ho assistito qualche anno fa al Teatro Astra di Torino: “L’ amore segreto di Ofelia“, di S. Berkoff, con Michele Di Mauro e Carlotta Visco. Nel III atto dell'”Amleto” di Shakespeare, Ofelia restituisce al principe di Danimarca le lettere d’ amore che si erano scambiati. Ma cosa c’era scritto in quelle lettere? E così il drammaturgo moderno le fa parlare e queste raccontano dell’ amore profondo tra due anime destinate alla morte. E lei, nella calma dell’acqua, sembra aver portato con sé il segreto di quelle missive.

Sarah Bernhard di Giuseppe De Nittis

Sarah Bernhard di Giuseppe De Nittis
Sarah Bernhard di Giuseppe De Nittis

Giuseppe De Nittis, Sarah Bernhard, 1850, olio su tavola, 35 x 26.5. Milano, Galleria d’Arte Moderna

La Diva

Il fenomeno del divismo prende piede in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, proprio quando il pubblico affolla i teatri e sviluppa un amore folle ed incondizionato per gli attori più carismatici del palcoscenico. Anche se il termine “divismo” verrà poi utilizzato nel secolo scorso, per indicare le star del cinema (e si racconta che questo fenomeno si sviluppò in Italia, a Torino), possiamo affermare che icone quali Sarah Bernhard ed Eleonora Duse alimentarono veri e propri fenomeni di isteria collettiva.

Sarah Bernhardt nel ruolo di Pierrot di Giuseppe De Nittis
Sarah Bernhardt nel ruolo di Pierrot di Giuseppe De Nittis, Olio su tela, 66 x 54,6, Collezione privata

Ovviamente, molti spettatori erano quasi ossessionati da queste attrici e nacquero così anche leggende legate alla loro (vera o presunta) rivalità . Eccola la grande Sarah, raffigurata da De Nittis. La vediamo di profilo, assorta, distante, divina. Interessante il confronto con un altro ritratto dello stesso autore, in cui la diva ci viene presentata col bianco costume di Pierrot.

Medea uccide i suoi figli di Ferdinand Victor Eugène Delacroix

Medea uccide i suoi figli di Ferdinand Victor Eugène Delacroix
Medea uccide i suoi figli di Ferdinand Victor Eugène Delacroix

Ferdinand Victor Eugène Delacroix, Medea uccide i suoi figli, 1838. olio su tela 165 x 260 cm. Lille – France, Musée des Beaux-Arts

Delacroix realizzò diverse versioni di questo soggetto. Una Medea uccide i suoi figli del 1862, di 76 x 175 cm., si trova a Parigi, al Musée du Louvre. Un’altra, del 1859, è custodita presso la Nationalgalerie di Berlino in Germania. L’artista inoltre riserva al gruppo di figure una composizione tipica delle Madonne rinascimentali. Infatti la luce che colpisce i tre personaggi descrive bene, contro il buio dello sfondo, una figura triangolare con l’apice sul viso voltato della donna. I suoi occhi rimangono al buio e non guarda la sua mano trafiggere i corpi dei figli.

Medea, la maga, la barbara

Pochi miti hanno colpito l’immaginario collettivo come quello di Medea, la maga, la barbara, colei che, per punire l’uomo che l’ha tradita, Giasone, arriva ad uccidere i suoi figli. Sa che questo gesto crudele non farà semplicemente soffrire l’uomo, ma che condannerà lei stessa ad un’eterna infelicità. Eppure, nell’ottica di Medea, nessun’altra conclusione potrebbe essere possibile. Medita il delitto con spietata lucidità, ma solo dopo aver inviato un abito stregato alla futura moglie di Giasone, principessa di sangue reale, indumento che, al contatto con la sua pelle, la farà morire tra atroci tormenti, causando anche il suicidio di suo padre, il re di Corinto.

Lei invece per Giasone ha tradito il padre, abbandonato la patria, ucciso il fratello e lui l’ha ricompensata con un crudele abbandono. Le ha parlato con ironia e finta benevolenza, incurante del dolore che le stava infliggendo. Questo ci racconta Euripide, nel suo testo teatrale forse più crudele, in cui le fa affermare: “Fra quante creature han senso e spirito, noi donne siam di tutte le più misere.”

Eppure questa donna ha affascinato autori di tutti i tempi, da Seneca a Corneille fino a Christa Wolf, la scrittrice tedesca che fa rivivere questo mito in chiave femminista, ribaltandone persino il finale. E in quest’opera di Delacroix (il pittore dipinse ben tre quadri con lo stesso soggetto), l’artista coglie perfettamente il conflitto tra furore e ragione che porterà la maga, la barbara, a compiere il delitto più atroce che si possa immaginare.

Incendio del Real Teatro di San Carlo di Salvatore Fergola

Incendio del Real Teatro di San Carlo di Salvatore Fergola
Incendio del Real Teatro di San Carlo di Salvatore Fergola

Salvatore Fergola, Incendio del Real Teatro di San Carlo, tra il 1816 e il 1846, olio su carta intelata, 37×54 cm. Napoli, Collezione Palazzo Zevallos

Una veduta di grande effetto che mostre l’incendio che divora l’edificio del Teatro di Napoli. Sulla piazza si è radunata una folla e i napoletani osservano con partecipazione un simbolo cittadino andare a fuoco. Sulla sinistra intanto arrivano i pompieri e la cavalleria presenzia il terribile evento. Fergola, componente della scuola di Posillipo, coglie inoltre l’occasione per restituire una spettacolare rappresentazione, romantica e drammatica. L’effetto è sottolineato dalla sagoma nera delle statue che esaltano il colore delle fiamme.

Interno del Teatro Regio di Torino di Giovanni Michele Graneri

Interno del Teatro Regio di Torino di Giovanni Michele Graneri
Interno del Teatro Regio di Torino di Giovanni Michele Graneri

Giovanni Michele Graneri, Interno del Teatro Regio di Torino, 1752, olio su tela, 128,5 x 114 cm. Torino, Palazzo Madama

Una visita al teatro

Se non lo avete mai fatto, prenotate una visita guidata al Teatro Regio di Torino. Non troverete più l’elegante proscenio barocco di Benedetto Alfieri, raffigurato in questa pregevole opera di Graneri, ma un vero e proprio gioiello di architettura contemporanea. Dopo l’incendio che lo distrusse nel 1936, il Regio fu ricostruito da quel genio di Carlo Mollino e inaugurato nel 1973. Visitarlo è partire per un viaggio, tra forme e colori arditi e inconsueti, che fecero persino gridare “allo scandalo”, ma che lo rendono ancor’oggi uno dei teatri più interessanti e versatili d’ Europa. Una volta a casa, osservate nuovamente il quadro di Graneri e stabilite quale delle due opere ha acceso maggiormente la vostra curiosità.

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Giovanni Michele Graneri, Interno del Teatro Regio di Torino, sul sito del Palazzo Madama di Torino.

La commedia o l’imitazione di Paolo Gerolamo Piola

La commedia o l’imitazione di Paolo Gerolamo Piola
La commedia o l’imitazione di Paolo Gerolamo Piola

Paolo Gerolamo Piola, La commedia o l’imitazione, data?, olio su tela, 45 x 29,5 cm. Genova, Museo di Palazzo Bianco

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Paolo Gerolamo Piola, La commedia o l’imitazione, sul sito del Museo di Palazzo Bianco di Genova.

Spogliatoio degli attori di Pieter Codde

Spogliatoio degli attori di Pieter Codde
Spogliatoio degli attori di Pieter Codde

Pieter Codde, Spogliatoio degli attori, intorno al 1630, olio su tavola di quercia, 33 x 52 cm. Berlino, Gemäldegalerie der Staatlichen Museen zu Berlin

L’attore si spoglia

Difficile il mestiere dell’ attore, da sempre. Solo nell’antica Grecia rivestiva un ruolo importante, direi sacrale. Già per i Romani, solo schiavi e “infames” potevano diventare “ludii” o ” histriones“; per non parlare poi del Medioevo, periodo in cui (Sacre Rappresentazioni a parte) gli attori non venivano neppure seppelliti in terra consacrata.

Ma qui siamo in pieno ‘600, il “siglo de oro” del teatro europeo, e il mestiere dell’attore, grazie soprattutto alla Commedia dell’Arte, diventa sempre più stabile e stimabile. In quest’opera, gli artisti si stanno cambiando d’abito, in quello che potrebbe essere l’antenato di un camerino. Ma quand’è che l’attore si spoglia? Quanto toglie la maschera e ritorna se stesso o quando la indossa per divenire qualcun’altro? Pirandello saprebbe sicuramente cosa rispondere…

L’autrice dei contributi

Anna Maria Nosotti. Nata a Piacenza, dopo il diploma di maturità classica si trasferisce a Torino, dove si laurea in lettere a indirizzo archeologico. Ha insegnato per quasi 40 anni italiano e latino in alcuni licei della città e per due decenni è stata presidente dell’Associazione “internoquattro”, occupandosi di promozione culturale. Da sempre interessata al cinema e al teatro (ha diretto brevi film e spettacoli teatrali), felicemente in pensione da un anno, ha recentemente seguito i corsi di regia di Carlo Roncaglia (Accademia dei folli, Torino).

© ADO – analisidellopera.it – Tutti i diritti riservati. Approfondisci