Arte e femme fatale

Arte e femme fatale è una pagina che raccoglie opere, dipinti e sculture che ritraggono famose donne fatali, vamp e seduttrici irresistibili.

Pagina aggiornata il: 21 marzo 2021. – Anna Nosotti contribuisce all’audience di questa pagina, ai testi e agli approfondimenti sulle schede. Torna a visitarci e troverai nuovi contenuti.

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Di alcune opere puoi consultare una scheda con l’analisi approfondita. Clicca sul titolo o sull’immagine per consultare la scheda dell’opera. Prossimamente troverai l’analisi anche delle altre opere proposte.

Arte e femme fatale. Autoritratto sulla Bugatti verde di Tamara de Lempicka

Autoritratto sulla Bugatti verde di Tamara de Lempicka
Autoritratto sulla Bugatti verde di Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti verde, 1929, olio su tela, 35 x 26,6 cm. Svizzera, Collezione privata

Tamara de Lempicka dipinse questo Autoritratto per la rivista di moda tedesca Die Dame. L’artista, consapevole del suo peso sociale inventò così una immagine che celebra la donna moderna di inizio Novecento. Tamara è fredda, bella e indipendente, ricca e inaccessibile.

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Il bello dell’essere donna

La strada che ha portato (o che forse sta ancora portando…) all’emancipazione femminile passa anche per Tamara de Lempicka. Pittrice polacca (forse russa?…) dalla biografia a tratti misteriosa a tratti trasgressiva, cattiva ragazza dell’art Deco. Anticonformista e scandalosa, dichiaratamente bisessuale, ma perfettamente capace di resistere alle avances dell’immaginifico D’Annunzio. All’inizio del secolo scorso Tamara ha rappresentato la perfetta immagine della donna indipendente nella vita e libera dai pregiudizi. Tamara fu in grado di prendere autonomamente le proprie decisioni e di stravolgere i condizionamenti della sua epoca.

Eccola mentre, per la copertina delle rivista “Die Dame”, si autocelebra , elegante come una diva (come non pensare a Greta Garbo?), mentre guida una Bugatti verde, quasi ad inneggiare alla liberazione della donna. Se il Futurismo aveva celebrato la velocità, la smania di distruzione del passato, il desiderio assoluto di modernità, la De Lempicka riporta tutti questi concetti al femminile, in un modo completamente nuovo e rivoluzionario. Si narra che lo stesso Marinetti una sera, a Parigi, le propose di andare ad incendiare il Louvre, in perfetto stile futurista… E con lei la “Famme fatale” non smette di essere seduttrice diabolica e a tratti perversa, anzi, ma diviene consapevole del proprio potere, cimentandosi in azioni ritenute squisitamente maschili (lavorare, guidare, fumare) senza mai perdere il suo fascino.

Arte e femme fatale. The Marchesa Casati di Augustus Edwin John

The Marchesa Casati di Augustus Edwin John
The Marchesa Casati di Augustus Edwin John

Augustus Edwin John, The Marchesa Casati, 1919, olio su tela, 68,6 x 96,5 cm. Toronto (Canada), Art Gallery of Ontario

La Divina marchesa

D’Annunzio non si limitò ad amarla: la stimò profondamente e intraprese con lei una relazione intima ed intellettuale, come si evince dal carteggio intercorso tra di loro tra il 1908 e il 1932. Il Vate la definiva “Divina marchesa”, mia “Monna Lisa”, “l’unica donna che mi ha sbalordito”. E sbalorditiva lo fu veramente la marchesa Casati: figlia di un industriale milanese, giovane sposa del marchese Casati, donna dai molti amori , mecenate, amante del bello al punto che volle fare di sé “un’opera d’arte vivente”, in puro spirito decadente. Eccentrica, stravagante, attratta dallo spiritismo, amava incredibili travestimenti ed abiti inconsueti: gioielli zoomorfi, cappotti di pantera, pantofole di diamanti, cappelli di piume.

Antesignana del concetto di performance e di body art, fu fotografata da Man Ray e Cecil Beaton e immortalata da diversi pittori, fra cui Marini, Balla, Depero e Boldini, a cui si devono i suoi ritratti più famosi.

Ma è in quest’opera di Augustus John che appare pienamente come l’ultima, vera famme fatale del XIX secolo: quei capelli rossi tagliati nel più totale disinteresse per le mode, ma con una grandissima attenzione all’estetica, e quegli occhi profondi e sensuali fanno di lei un modello di femminilità colta ed anticonformista.

La marchesa Casati nella cultura contemporanea

L’ immagine iconica della marchesa Casati continua ancora ad attrarre scrittori ed artisti del nostro tempo, uno tra tutti lo stilista John Galliano (che si ispirò a lei per la collezione Autunno Inverno 2017-2018). Jack Kerouac, inoltre, che tutti amiamo per “On the road”, nella sua raccolta di poesie “San Francisco blues , del 1954 , dice: Marchesa Casati/ Is a living doll/ Pinned on my Frisco/ Skid row wall// Her eyes are vast/ Her skin is shiny/ Blue veins/ And wild red hair/ Shoulders sweet & tiny// Love her/ Love her/ Sings the sea/ Bluely/ Moaning/ In the Augustus John/ de John/ back ground (“La Marchesa Casati/ E’ una bambola viva,/ Appuntata al mio muro/ Dei bassi di Frisco// Ha gli occhi immensi/ La pelle lucente/ Vene azzurre/ E rossi capelli selvaggi/ Spalle dolci & sottili// Amala/ Amala// Canta il mare/ Blue malinconico/ Gemendo/ Sullo sfondo di/ Augusto John de John”).

E perfino al Festival di San Remo, in Italia, del 2019 lei è tornata tra noi, nell’interpretazione criticatissima eppure straordinaria che ne ha fatto il cantante Achille Lauro.

Arte e femme fatale. L’americana di Giovanni Boldini

L'americana di Giovanni BoldiniL'americana di Giovanni Boldini
L’americana di Giovanni Boldini

Giovanni Boldini, L’americana, 1903, pastello su carta applicata su tela, 161 x 181 cm. Milano, Galleria d’Arte Moderna

L’immagine di una donna moderna, spregiudicata e sicura di se. Giovanni Boldini prese ispirazione dai magazine di moda e a Parigi creò l’immagine della donna contemporanea europea. Importanti donne dell’alta società e giovani debuttanti furono le sue modelle incontrate nei salotti più in voga della capitale francese.

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Cappellino e calze nere

Scrivi Boldini e leggi Belle Epoque. Ferrarese di nascita, fiorentino di adozione, fu però a Londra, ma soprattutto nella cosmopolita Parigi di fine ‘800, che il pittore trovò la sua patria di elezione. La Ville Lumière, i caffè, i teatri, gli artisti rivoluzionari stimolarono la sua creatività, che si espresse fondamentalmente attraverso la tecnica del ritratto. E molte furono le donne immortalate nei suoi quadri: donne forti o languide, sensuali o raffinate, spesso vere e proprie Femmes fatales. Donne moderne, consce del proprio fascino e indipendenti. E una giovane americana non poteva che incarnare questo modello femminile. Qui la ragazza posa con indosso alcuni strumenti della seduzione muliebre: cappellino, abito frusciante, sottile ombrellino. Si intravedono inoltre peccaminose calze nere…Ma sono gli occhi a stregare gli uomini, sia quelli che hanno avuto la fortuna di incontrare questa giovane americana sia tutti quelli che ancora oggi restano ammaliati dal suo sguardo.

Arte e femme fatale. La belle dame sans merci (La bella dama senza pietà)

La belle dame sans merci di Arthur Hughes
La belle dame sans merci di Arthur Hughes

Alain Chartier scrisse nel XV secolo un poemetto che si intitolava “La belle dame sans merci”; il grande poeta inglese John Keats nel 1819 riprese questo testo e lo trasformò in una straordinaria ballata romantica, mantenendo però il titolo del testo quattrocentesco. La traduzione italiana potrebbe essere “La bella dama senza pietà”.

La poesia ci parla dell’incontro tra un cavaliere senza nome, sperduto in un paesaggio sterile e desolato, e il poeta stesso. Il cavaliere racconta del giorno in cui si è imbattuto in una donna, misteriosa e bellissima, “dagli occhi selvaggi”. La bella dama afferma di essere “figlia di una fata” e di amarlo. Egli, completamente ammaliato, si fa condurre da lei alla “Grotta degli elfi”, dove si addormenta. Durante il sonno, il cavaliere ha una visione di pallidissimi principi e re, che lo ammoniscono: “la bella dama senza pietà” ormai lo ha preso nella sua rete, come ha fatto con loro, ed egli è ormai in suo potere.

La belle dame sans merci di John William Waterhouse
La belle dame sans merci di John William Waterhouse

Quando il cavaliere si sveglia, si accorge di essere stato abbandonato dalla bella dama, che non tornerà più, mentre lui dovrà rimanere ad attenderla, vagando sconsolato.

Chi è la dama: la morte? O parliamo forse di un amore disperato…E quanti simboli si nascondono nel testo? Molteplici. E poi si parla di fate, di arti, di magia.

Perché soffri, o Cavaliere in armi?
Non parti e non ritorni, indugi qui da solo
Sono avvizziti i giunchi in riva al lago
E nessun uccello più canta o prende il volo
Perché soffri, o Cavaliere in armi?
E pallido indugi desolato
Il granaio è pieno e il raccolto è già ammucchiato
E l'inverno eccolo è arrivato
La belle dame sans merci di Frank Dicksee
La belle dame sans merci di Frank Dicksee

Quest’opera struggente ha colpito ovviamente la fantasia di numerosi pittori: Arthur Hughes la dipinse nel 1863 e John William Waterhouse nel 1893 mentre Frank Dicksee la realizzò nel 1902. Ma forse l‘opera più interessante è sicuramente quella di Frank Cadogan Cowper del 1924.

E mi portò nella sua grotta di elfi
E pianse e quando pianse sospirò
E allora i suoi selvaggi occhi
Io chiusi con la croce dei miei quattro baci
E fu lei che cullandomi nel sonno
Mi addormentò come sciagurato
Nel sogno a lei affidato
La belle dame sans merci di Frank Cadogan Cowper
La belle dame sans merci di Frank Cadogan Cowper

Qui però il cavaliere viene definitamente sconfitto e la signora risorge come una fenice dalle ceneri : guance rosate, capelli ancora più lucenti e più belli: è pronta a trovare una nuova vittima. Circondata da papaveri rossi selvatici che sembrano danzare attorno al povero cavaliere. Il suo vestito decorato ricorda le donne di Klimt, con le mani posizionate sopra la sua testa, mentre il cavaliere giace morto nell’erba. Una splendida e terribile famme fatale.

Ma il mito affascina ancora oggi: basta ascoltare la canzone del cantautore italiano Vinicio Capossela. Il titolo? Ma “La belle dame sans merci”, ovviamente!

Arte e femme fatale. Il peccato (Die Sünde) di Franz von Stuck

Il peccato (Die Sünde) di Franz von Stuck del 1893 di Monaco
Il peccato (Die Sünde) di Franz von Stuck del 1893 di Monaco

Franz von Stuck, Il peccato (Die Sünde), 1893, olio su tela, 94,5 x 59,5 cm. Monaco. Neue Pinakothek

Franz von Stuck dipinse dodici versioni dell’opera dal 1891 al 1912. Alcune di esse variano solamente per impercettibili dettagli stilistici. Una versione invece è decisamente diversa anche nella concezione della figura. Il dipinto fece molta impressione ai contemporanei a causa del nudo diretto e provocante. L’opera esordì al pubblico alla prima mostra della Secessione di Monaco nel 1893. Gli storici considerano così questo dipinto una icona del movimento artistico simbolista.

Il peccato di Franz von Stuck del 1899
Il peccato di Franz von Stuck del 1899

Le diverse versioni dell’opera sono conservate in importanti musei del mondo. Una è incastonata nel Künstleraltar (altare ddell’arte) custodito presso lo studio dell’artista a Villa Stuck a Monaco di Baviera. L’artista progettò direttamente tutto il design della sua casa che incarna il suo ideale, Gesamtkunstwerk, o opera d’arte totale.

Il dipinto di Franz von Stuck propone una interpretazione di Eva torbida e contemporanea. Infatti il tema biblico è solamente un pretesto per dipingere l’immagine di una donna peccaminosa e irresistibile.

Il peccato di Franz von Stuck pastello del 1893/1895
Il peccato di Franz von Stuck pastello del 1893/1895

La figura di Eva è quella di una tentatrice contemporanea che sarà ripresa e reinterpretata dal cinema e dalle rockstar.

Eva Peccatrice

Il peccato si manifesta in molteplici varianti e sotto molteplici aspetti: la lussuria è uno di questi. E se il peccato ha avuto un’origine, la tradizione biblica la fa risalire ad Eva, forse la prima Famme fatale della storia. Eccola infatti emergere dal primo quadro di Von Stuck oscura e misteriosa, coperta solo dai lunghi capelli, con un enorme serpente poggiato sulla spalla. Ma è più pericolosa lei o il serpente? E poi, si tratta di un essere reale o di un incubo? Sicuramente il suo sguardo penetrante attrae lo spettatore, che piano piano si trova a perdersi nel male.

La stessa immagine ritorna nella terza opera, questa volta però più nitida e inquietante. Tra queste due, ecco un altro dipinto, raffigurante una donna nuda (forse sempre Eva), semisdraiata nell’ombra, anzi nell’oscurità del male. Ma le versioni de “Il peccato” sono ben 12, in cui il simbolismo per certi aspetti Freudiano del cofondatore della “Secessione” diviene sempre più ossessivo e ripetitivo, difficile da definire, come complesso è l’animo della donna, nonostante un maschilismo allora, come oggi, imperante la voglia sempre vedere o come sottomessa o artefice del male, ma mai nella sua reale completezza.

Tilla Durieux nel ruolo di Circe di Franz von Stuck
Tilla Durieux nel ruolo di Circe di Franz von Stuck

Per il ritratto di un’altra famme fatale, sempre di questo autore, si rimanda a “Circe”, conservata presso l’Alte Nationalgalerie di Berlino. In questo quadro la modella per la maga Omerica è Odilie Godefroy, alias Tilla Durieux, attrice del cinema muto e del teatro. Attrice…femme fatale per eccellenza.

Arte e femme fatale. Cleopatra di Gustave Moreau

Cleopatra di Gustave Moreau
Cleopatra di Gustave Moreau

Gustave Moreau, Cleopatra, 1887, acquerello, guazzo e matita su carta, 39.5 x 25 cm. Parigi, musée du Louvre

Gustave Moreau fu un artista di Parigi, nato nel 1826, che con le sue visioni anticipò il Simbolismo e il Surrealismo. L’artista infatti si dichiarò interessato a rappresentare un’idea attraverso l’immagine e quindi creò un immaginario di simboli. Tali riferimenti riguardano spesso l’antico, i miti e la religione. Attraverso i miti così Gustave Moreau indagò le profondità dell’animo umano, le sue pulsioni e le sue paure. Le celebri protagoniste femminili del passato furono i suoi temi preferiti. Cleopatra è una di loro mentre un’altra fu Salomè.

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Cleopatra, donna del destino

Alla morte di Cleopatra, regina d’Egitto, Orazio scrive ”Ora bisogna bere, ora bisogna ballare… è morto il fatale monstrum” e Dante, ponendola all’Inferno, nel I cerchio, la chiamerà “Cleopatras luxuriosa”. Secondo Boccaccio “… «fu conosciuta per tutto il mondo per avarizia, crudeltà e lussuria», anche se l’autore le riconosce singolare bellezza e incredibile eloquenza; inoltre, per Shakespeare è fondamentalmente l’amore per Antonio che la spinge ad uccidersi. Ma se leggiamo Plutarco, egli ne parla come di una donna di piacevole aspetto, ma non bellissima, bensì dotata di fascino, intelligenza, cultura e capacità politiche. Una donna disposta a tutto pur di salvare l’indipendenza del proprio paese.

Allora perché questi giudizi negativi ? Forse una buona dose di maschilismo che attraversa i secoli ha preferito parlarne come di un’avventuriera, facile all’innamoramento, piuttosto che come l’ultima, grande regina d’Egitto, decisa a non sottomettersi a Roma e ad usare il proprio fascino per convincere Cesare prima e Marcantonio in seguito a rispettare l’autonomia del suo regno.

E si uccise soprattutto per non essere portata a Roma, trascinata come un trofeo di guerra durante il trionfo di Ottaviano: e questo lo racconta lo stesso Orazio, concludendo la sua Ode con una vera e propria attestazione di stima per il “fatale monstrum”, definendola di stirpe regale e non una donna qualsiasi. Non dimentichiamolo mai: ”fatale non vuol dire solo “letale”, ma anche protagonista e padrona del proprio destino.

Arte e femme fatale. L’assassinio di Marat da parte di Charlotte Corday di Paul-Jacques-Aimé Baudry

Charlotte Corday di Paul-Jacques-Aimé Baudry
Charlotte Corday di Paul-Jacques-Aimé Baudry

Paul-Jacques-Aimé Baudry, L’assassinio di Marat da parte di Charlotte Corday, 1860, olio su tela, 203 x 154 cm. Nantes, musée d’Arts de Nantes

Un’indomita giustiziera

E’ il drammaturgo tedesco Peter Weiss che nell’opera “La persecuzione e l’assassinio di J.Paul Marat” (più nota coma “Marat-Sade“) fa dire a Carlotta Corday “Tutte le donne legano il loro nome a quello dell’uomo che più amano nel momento più bello della vita di entrambi; io, Marie Charlotte Corday d’Armont, ho invece legato il mio nome a quello dell’uomo che più odiavo nel momento della sua morte…“. E la Corday odiava profondamente quell’uomo che ucciderà mentre si trovava tranquillo nella sua vasca da bagno. Lei, Girondina, riteneva che Marat stesse tradendo gli ideali della Rivoluzione fomentando una guerra civile, e vedeva in lui la personificazione del Terrore.

Una rivoluzionaria che uccide il capo della Rivoluzione? Certo, poiché stanca degli eccidi e degli eccessi di cui i Giacobini si stavano macchiando. Carlotta era una donna colta: intellettuale illuminista, conosceva i grandi pensatori, da Plutarco a Rousseau, ed era la bisnipote del drammaturgo Corneille. Di indole tranquilla, non dimostrò paura o ripensamento, sia quando affondò il coltello nella carotide del suo nemico né davanti alla ghigliottina.

Al boia che cercava di nasconderle lo strumento di morte, disse: “Fatemela guardare: non ne ho mai vista una”.

Un’altra donna fatale, capace di ispirare pittori, musicisti, drammaturghi e scrittori: per esempio A. de La Martine, nel suo “Storia dei Girondini” ce la presenta, forte e indomita, mentre legge davanti al tribunale un accorato appello ai Francesi, in nome della ragione e della pace.

Approfondisci con la biografia di Jacques-Louis David, protagonista della Rivoluzione e autore di un celebre dipinto sulla morte di Marat. Consulta anche la pagina Arte e Rivoluzione francese.

Arte e femme fatale. Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi

Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi
Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara, 1620, olio su tela, 86 x 125 cm. Budapest, Szépművészeti Múzeum

La “maschia” Giaele

La Bibbia abbonda di personaggi femminili: Sara, Ester, Debora, Tamar, l’anonima sposa del “Cantico dei Cantici”, Susanna….ma quelle che hanno maggiormente colpito la fantasia di scrittori e pittori sono sicuramente due donne di incredibile coraggio: Giuditta e Giaele.

Giuditta è universalmente conosciuta e importanti sono infatti le numerose tele a lei dedicate. La stessa Artemisia Gentileschi ha realizzato diverse versioni di Giuditta che uccide Oloferne. Di Giale però sappiamo molto poco. Narra il libro dei Giudici che Sisara, generale nemico degli Israeliti, fosse battuto dall’ebreo Barac, come vaticinato dalla profetessa Debora. Scampato alla disfatta, credette di trovare asilo nella tenda di Eber, alleato del suo sovrano. Ma qui Giaele, moglie di Eber, dopo averlo fatto bere, finse di lasciarlo dormire e, venendo meno a qualsiasi dovere di ospitalità, lo uccise nel sonno, conficcandogli un picchetto in una tempia.

Coraggiosa, impavida , incurante delle tradizioni, dimostrò una freddezza incredibile, come ci ricorda Alessandro Manzoni ne “Marzo 1821”:

“Quel (Dio) che in pugno alla maschia Giaele
pose il maglio ed il colpo guidò"

Capito? Per definirla coraggiosa, il nostro la definisce “Maschia”, come se a una donna alcune doti di coraggio fossero precluse… E invece di coraggio era armata anche Artemisia Gentileschi, che nei suoi quadri fa rivivere eroine del passato capaci di vendicare non solo il proprio popolo, ma tutto il genere femminile. E forse anche se stessa, vittima di abusi in età giovanile.

Per terminare, interessante vedere come anche la musica abbia apprezzato Giaele. Un consiglio: ricercare l’opera del 1921 di Ildebrando Pizzetti “ Debora e Jaele”, composta per celebrare le eroine bibliche e rappresentata per la prima volta alla Scala in quell’anno.

Arte e femme fatale. Salomè di Giovanni Battista Caracciolo detto il Battistello

Salomè di Giovanni Battista Caracciolo detto il Battistello
Salomè di Giovanni Battista Caracciolo detto il Battistello

Battistello, Salomè, 1615-1620, olio su tela. Firenze, Galleria degli Uffizi

Bacerò la tua testa, Yokaan

Se l’espressione “Famme Fatale” ci rimanda immediatamente all’epoca decadente, alla donna vampiro, alla dominatrice, il concetto invece può essere fatto risalire a molto tempo prima, ai primi anni dopo la nascita di Cristo e ai vangeli di Marco e Matteo. Salomè, infatti, rappresenta sicuramente l’archetipo di questa tipologia femminile. Secondo la leggenda, il re Erode, che ne ammirava la bellezza, le chiese di danzare per lui, promettendole qualsiasi dono in cambio. Incitata dalla madre Erodiade, che odiava Giovanni Battista, Salomè danzò per il patrigno e come ricompensa chiese appunto la testa di Giovanni.

Il re non poté rifiutarsi di accontentarla e gliela porse su un vassoio d’argento. Una storia così perversa ha spinto, in tutte le epoche, numerosissimi pittori a rappresentarla: da Caravaggio ad Artemisia Gentileschi, da Klimt a G. Moreau, ognuno di loro ha sottolineato un aspetto diverso della tragedia o della personalità della protagonista. Ma la consacrazione a “Femme Fatale” la dobbiamo sicuramente ad Oscar Wilde, che nel suo atto unico “Salomè” ce la presenta come la sola vera artefice della morte del Battista, di cui, secondo l’autore, era innamorata. “Bacerò la tua testa Yokaan”, e “Dammi la testa di Iokaan” sussurra danzando; poi, quando si china sul vassoio contenente il capo mozzato di Giovanni :“Ho baciato le labbra di Yokaan”.. Se non fa paura una donna come questa…

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Link esterni

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Battistello, Salomè, sul sito della Galleria degli Uffizi di Firenze.

L’autrice dei contributi

Anna Maria Nosotti. Nata a Piacenza, dopo il diploma di maturità classica si trasferisce a Torino, dove si laurea in lettere a indirizzo archeologico. Ha insegnato per quasi 40 anni italiano e latino in alcuni licei della città e per due decenni è stata presidente dell’Associazione “internoquattro”, occupandosi di promozione culturale. Da sempre interessata al cinema e al teatro (ha diretto brevi film e spettacoli teatrali), felicemente in pensione da un anno, ha recentemente seguito i corsi di regia di Carlo Roncaglia (Accademia dei folli, Torino).

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