Festa campestre di Filippo Carcano, l’anima della montagna

Festa campestre di Filippo Carcano è una piccola tavoletta dipinta che rappresenta l’attrazione del pittore per i paesaggi di montagna. di Marco Rabino

Filippo Carcano, Festa campestre, ca. 1870 – 1880, olio su tavola, 25,5 x 28 cm. Milano, Museo Poldi Pezzoli, Deposito tessili. Acquisizione legato, Camillo Boito, 1914 Inventario 0263.

Che belle le feste all’aperto, in campagna, ma chi le ha veramente vissute? Mi sono sempre piaciute le feste campestri, o meglio, le sagre di paese, così le chiamiamo oggi. Personalmente ho vaghi ricordi di qualche celebrazione religiosa in montagna, in qualche borgo riscoperto. Forse ricordiamo più facilmente un rave estivo, feste sulla spiaggia o riunioni giovanili. Con rammarico mi sarebbe piaciuto partecipare a queste occasioni di festeggiamento nelle quali si riuniva un’intera comunità. Così, capisco bene l’attrazione che le feste campestri possono aver avuto per il paesaggista Filippo Carcano. Questo protagonista del realismo lombardo, non ha rinunciato a documentare il clima di festa con immagini come questa, piena di vita e di colore.

L’anima della Festa campestre di Filippo Carcano

Il piccolo dipinto di Filippo Carcano, che i curatori del museo giudicano in buone condizioni conservative, racconta la festa di un paese nella campagna della Lombardia. La scena raffigura un gruppo di donne che ballano vestite con abiti della tradizione contadina. Tre giovani ballano al centro del semicerchio formato dal resto del gruppo. La visione evocativa dell’opera, però, non si risolve nella descrizione puntuale del suo stato di integrità e del soggetto che rappresenta. Prendiamo atto di queste informazioni e andiamo oltre l’osservazione didascalica del quadretto di Carcano. Cerchiamo un varco per andare oltre la superficie dipinta e facciamo silenzio, spegniamo il flusso di immagini dei social. La vicenda che ha portato la tavoletta dipinta al museo Poldi Pezzoli di Milano, è una risorsa che ci permette di svelare l’anima dell’opera.

Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa

I custodi della Festa campestre di Filippo Carcano

Questa piccola tavoletta, di soli 25,5 centimetri di altezza e 28 di larghezza, puoi ammirarla al Museo Poldi Pezzoli di Milano. Festa campestre di Filippo Carcano si trova al Poldi Pezzoli dal 1914 grazie al lascito di Camillo Boito, mancato a Milano nello stesso anno. Boito non possedette una vera e propria collezione ma prestò la sua consulenza a importanti collezionisti, come il barone Giorgio Franchetti, proprietario della straordinaria collezione della Ca’ d’Oro di Venezia. Camillo Boito fu un grande esperto e amico degli Scapigliati milanesi, tra i quali Tranquillo Cremona e lo scultore Giuseppe Grandi. La sua affezione nei riguardi del Poldi Pezzoli è scontata, infatti supervisionò la collezione della celebre casa-museo a partire dal 1898.

Mi dilungo sui personaggi che hanno conservato la Festa campestre di Filippo Carcano, perché sono convinto che il carattere di un’opera è determinato da coloro che l’anno posseduta. I collezionisti, i galleristi, i curatori museali sono i custodi dell’opera d’arte e l’anima del dipinto o della scultura si sviluppa grazie a loro. Non tanto dal museo che la espone, anche se un curatore appassionato e attento, che stabilisce un legame emotivo con le opere segna, effettivamente la collezione di un luogo espositivo. Inoltre, contribuiscono all’identità dell’opera anche i maestri dell’artista, il cui stile Carcano ha rifiutato. Sono stati loro a spingere il giovane in formazione verso la propria strada creativa.

Il daimon (il destino secondo James Hillman e il mito classico) di Filippo Carcano

Filippo Carcano nasce a Milano nel 1840 ed è considerato il vero caposcuola e innovatore del naturalismo lombardo. Si iscrive all’Accademia di Brera nel 1855, e segue i corsi di Francesco Hayez e Giuseppe Bertini. I suoi compagni sono Tranquillo Cremona e Federico Faruffini e con loro, intorno alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta dell’Ottocento, fa parte della Scapigliatura milanese. In questi anni è molto attratto dalla vita di società e dipinge scene urbane e d’interno come Una partita a bigliardo, del 1873, e Scuola di ballo, del 1874. Intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento si dedica alla pittura di paesaggio en plein air, ispirato dai viaggi di studio a Parigi.

La Scapigliatura, il mondo delle relazioni urbane

L’artista dipinse questa Festa campestre intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento quando Carcano abbandonò l’esperienza della Scapigliatura per dipingere paesaggi en plain air. La vocazione del pittore si evidenzia bene in questa fase della sua ricerca dove si completa la dissoluzione della forma accademica attraverso la luce e l’immersione totale nella realtà della natura. Pur essendo uno degli alunni preferiti di Francesco Hayez, il suo destino preme per iniziare a corrompere le figure classiche della pittura accademica con le atmosfere vaporose degli scapigliati.

L’amicizia con Tranquillo Cremona, la scoperta della fotografia e della pittura en plain-air sono i segnali della sua strada che lo porta a trascurare il nitore dei contorni a favore delle atmosfere cromatiche della natura. Il giovane Carcano non cerca la perfezione del passato nella pittura storica, ma l’impatto con il presente. Il suo daimon, come direbbe James Hillman, lo spinge verso la povertà e l’incomprensione della critica ufficiale dell’epoca. La sua pittura troppo cruda, quasi “fotografica”, è lontana dal decoro accademico delle opere di Hayez e Bertini.

Il rifugio nella luce della natura en plain-air

Il pittore cerca la folla degli operai e gli abitanti delle periferie di Milano. Quando giunge la maturità, Carcano si isola e per i suoi contemporanei inizia un periodo di chiusura sociale. L’artista percorre le sue metamorfosi creative e forse registra questo processo apponendo una doppia firma nel dipinto, a sinistra in nero e a destra in rosso. In realtà, questo isolamento è un guscio che permette alla sua vocazione creativa di rimanere fedele al proprio ideale, ricercando fino all’ultimo giorno la luce interiore che lo aveva chiamato fin dall’infanzia. Negli ultimi anni, la sua anima si fonde con il paesaggio montano e la sua anima diventa pura percezione luminosa.

Lo stile dell’opera diventa manifesto della vocazione interiore di Filippo Carcano

Immaginiamo Festa campestre come un “manifesto” visivo della sua vocazione interiore verso la rottura con l’accademismo. Carcano utilizza pennellate veloci e corpose, stese direttamente sulla tavola di piccole dimensioni. L’impressione di bellezza, di poesia, quindi l’autenticità del piccolo dipinto, nascono dal fatto che probabilmente è un bozzetto realizzato all’aperto. Per Carcano i particolari non sono importanti, il paesaggio e le figure, infatti, sono descritti attraverso una indagine emotiva della luce. La plasticità delle forme è delegata interamente alle pennellate che catturano, con grande vitalità, il movimento e l’atmosfera gioiosa della scena.

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La luce del sole e la dissoluzione della forma

Carcano sceglie dei colori naturali, il verde, i bruni, i gialli dei panni bianchi che riflettono la luce del sole. L’artista è ora lontano dalle feste aristocratiche o dalle scene storiche idealizzate dei suoi maestri. Si è rifugiato nella dimensione intima di una vita rurale autentica. Il codice della sua anima lo spinge verso la vita vera, non filtrata dalle buone maniere borghesi. La sua missione, ora è quella di catturare la verità della vita, dell’allegria spontanea e della terra, anticipando quel naturalismo lombardo di cui diventerà capostipite.

L’artista segue la sua ispirazione in modo fedele: la realtà è fatta di luce vibrante, non di contorni precisi. La sua realtà, quella che osserva nell’attimo che ritrae non è un artificio da studio. Rappresenta la casualità e la forza dell’aria aperta (en plain air). Carcano ha poco più di 30 anni e riconosce che ormai il suo vero mezzo espressivo è l’atmosfera luminosa, non il rigido disegno accademico.

Lo spazio dell’anima e la composizione spontanea

Il paesaggio che Carcano dipinge è un paesaggio dell’anima, non un paesaggio definito dalla geometria della prospettiva matematica. Lo spazio, infatti, è suggerito dalla riduzione progressiva delle figure, che restituisce la profondità del paesaggio. Carcano utilizza una lente naturale per descrivere la spazialità della scena, che comunica direttamente con il nostro sguardo spontaneo. È una visione diversa ed eversiva, rispetto alla mentalissima ricostruzione dello spazio utilizzata dai suoi maestri dell’accademia. Festa campestre, è un’immagine apparentemente spensierata. Invece vibra di una profonda tensione creativa e manifesta la ribellione che la critica ufficiale del tempo non poteva comprendere.

La struttura compositiva del dipinto è molto semplice, ma perfettamente efficace. Al centro del campo dipinto si trovano le figure delle tre ragazze che esprimono immediatamente il tono allegro del momento. Il cordone di donne abbracciate taglia poi in modo orizzontale esattamente le due metà dell’opera. La metà inferiore è lo spazio rurale, antropizzato, nel quale l’uomo entra in contatto gioioso con la natura. La metà superiore è la natura naturale, che fa da sfondo all’esistenza umana. Questa metà superiore si divide poi, esattamente, nelle due parti sovrapposte di cielo e terra.

Conclusioni: l’alchimia di una danza femminile

Il cordone orizzontale di donne abbracciate non è solo una scelta compositiva di Carcano. Rappresenta invece l’Asse del mondo. Le donne uniscono la metà inferiore (l’azione umana concreta, la danza, il vino) con la metà superiore (l’assoluto macrocosmico di cielo e terra) e si comportano come un catalizzatore di forze. In alchimia, il cielo rappresenta il volatile, il principio maschile (Sol / lo Zolfo) e lo stato della sublimazione (sublimatio). Invece, la terra (le montagne, i prati, le fronde superiori) rappresenta il fisso, il principio femminile (Luna / il Sale) e lo stato della coagulazione (coagulatio). Così, l’abbraccio femminile, energetico e circolare, diventa l’agente alchemico che permette allo spirito (il cielo) e alla materia (la terra) di fluire nella vita quotidiana dell’uomo. La festa in campagna si trasforma in un rituale sacro di celebrazione dell’esistenza. Una danza femminile che si specchia nella danza notturna evocatrice di magie femminili.

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