La fenomenologia alchemica de la Resurrezione di Piero della Francesca svela con un linguaggio iniziatico il significato nascosto del dipinto.
di Marco Rabino
La Resurrezione di Piero della Francesca, come tutte le resurrezioni dipinte da grandi artisti, ci chiede di meditare sella presenza della morte. Alcune religioni ci promettono di sconfiggere la morte, recuperando il corpo e l’anima. In tanti anni di analisi dell’opera, non mi sono mai posto di fronte a un dipinto considerandolo come una possibilità di trovare la risposta a una speranza umana, oggi più che mai diffusa. Forse non si parla di resurrezione ma di vita eterna e lo dimostra l’enorme sviluppo delle tecnologie antiaging. Seguiamo i consigli dei tanti autori che ci hanno insegnato a resuscitare l’opera d’arte. Assumiamo così una visione evocativa e addentriamoci nella Resurrezione di Sansepolcro, pensandola come un potentissimo farmaco visivo, progettato per curare la ferita della paura di morire.
L’errore più diffuso è quello di appiccicare grandi opere come la Resurrezione di Piero della Francesca nell’album di ricordi dei nostri viaggi culturali. Sono convinto che le persone, consapevoli del valore umano di questi capolavori, portano con loro l’eseprienza dell’opera, non la loro immagine. Varchiamo la soglia dell’opera attraverso l’immagine di Cristo che ci guarda dritto negli occhi. Non si tratta solamente di un sublime esercizio anatomico e volumetrico. Piero progetta invece una potente “Pietra Filosofale“che ci permette di esorcizzare la paura della morte, e di sostituirla con una trasmutazione esistenziale. Non è necessario praticare la via alchemica, prendiamo il suo procedimento come un processo di trasformazione che ci porta alla conoscenza e al disvelamento del messaggio di Piero.
La fase Nigredo: l’analisi dell’opera
La partenza per la visione evocativa de la Resurrezione, è anche in questo caso la materia grezza dell’analisi dell’opera, fertile aggregazione di dati. Piero utilizza una doppia prospettiva rifiutando l’interpretazione razionale dello spazio dell’opera. Nella parte inferiore, i soldati addormentati sono osservati all’altezza bel nostro sguardo. Nella parte superiore, divisa dal bordo del sarcofago, Cristo è osservato nuovamente frontalmente. La composizione geometrica sacra è esplicita: il bordo del sarcofago separa orizzontalmente le due metà del dipinto e un triangolo equilatero racchiude la figura di Cristo. Il colore sottolinea la natura dei due piani spaziali: terroso e vegetale in basso, gli abiti verdi e marroni dei soldati, il rosa cangiante della veste di Cristo (quasi una scultura di luce) e il rosso della bandiera crociata.
La fase Albedo: l’interpretazione simbolica
L’Albedo è la fase della purificazione. In questa fase, utilizziamo la lettura fenomenologica per capire come Piero modifichi la percezione del tempo e dello spazio dell’osservatore. Interpretiamo simbolicamente le scelte rappresentative e compositive che vediamo nella Resurrezione. Il paesaggio di sfondo presenta una simmetria cronologica: a sinistra di Cristo, gli alberi sono spogli, secchi, invernali; mentre a destra, sono frondosi e primaverili. Il tempo della Resurrezione non è una linea retta, ma una polarità che ruota attorno al corpo di Gesù risorto. L’umanità è sospesa nel sonno: i soldati dormono sfiniti, incarnano l’opacità della coscienza. Il Cristo invece rappresenta l’iper-veglia: appare in una stasi monumentale che rappresenta l’istante eterno che squarcia il flusso del tempo profano. Noi siamo in basso, all’altezza dei soldati e l’evento divino avviene sopra di noi ma in una dimensione simbolica, non prospettica.
A destra, in basso, è rappresentata in parte, una pietra chiara. Alcuni esperti la considerano la pietra degli scolastici, che riproponevano i testi degli antichi filosofi greci. La pietra è anche definita definita “pietra della trasmutazione“, a indicare il valore simbolico degli elementi visivi del dipinto di Piero. Possiamo considerarla quindi la chiave interpretativa del significato dell’opera.
La fase Citrinitas: nella mente dell’osservatore (biologia dell’osservazione)
In questa fase possiamo utilizzare le ricerche della seconda ondata della neuroestetica per entrare nella mente dell’osservatore, la nostra mente che osserva la Resurrezione di Piero. In questa fase importanti autori di livello internazionale ci aiutano ad applicare le ultime ricerche della neuroestetica incarnata sulla visione dell’opera d’arte.
La simulazione incarnata: sentiamo il corpo di Cristo
Vittorio Gallese, del gruppo di Parma che ha scoperto i neuroni specchio, ha applicato le neuroscienze all’arte insieme allo storico dell’arte David Freedberg. Attraverso il concetto di “simulazione incarnata” (Embodied Simulation). Gallese sostiene che quando guardiamo un’opera d’arte, il nostro cervello non fa un’operazione puramente intellettuale. La nostra corteccia motoria simula l’azione fisica del pittore, se si tratta di un’opera astratta, oppure quella del personaggio rappresentato. Combiniamo questo principio con quello dell’Extended Mind dello scienziato cognitivista Andy Clark. Secondo Clark la mente non è confinata dentro il cranio, ma si estende nel mondo fisico esterno che ne fa parte.
Così quando osserviamo il piede sinistro di Cristo, poggiato sul bordo di marmo del sarcofago sperimentiamo un innesco motorio. Il nostro sistema motorio sperimenta la fisicità di Cristo che tende i muscoli per uscire dal sarcofago. Sentiamo la pressione e la spinta muscolare: la risurrezione diventa un fatto biologico-immanente prima che teologico.
Il Predictive Processing: la nostra previsione viene smentita, Cristo risorge
Un altro concetto chiave di Andy Clark è quello che il cervello viene visto come una macchina predittiva. Noi applichiamo schemi mentali alla realtà che osserviamo per velocizzarne la comprensione. Quando questi schemi vengono smentiti la nostra attenzione si sveglia nel tentativo di aggiornare il modello interno. Lo scarto fra ciò che la mente si aspetta quello che invece percepisce genera uno spaesamento. Cristo è solido e interagisce con il marmo come un corpo vivente, si comporta da uomo qualunque pur avendo subito la morte fisica.
Solo gli occhi di Cristo fissano e ipnotizzano lo spettatore, diventano un magnete cognitivo che blocca l’attività discorsiva della mente e le impedisce di vagare lungo le linee del paesaggio. La Resurrezione di Piero, se osservata con attenzione, diventa un dispositivo di svelamento e di ordinamento dello spazio e della nostra mente.
La fase Rubedo: il senso del sacro (mistica dell’osservazione)
Su due versanti opposti, il filosofo Alain De Botton e James Hillman fondatore della psicologia archetipica hanno dichiarato che osservare un dipinto non sia un’attività puramente intellettuale. Si tratta invece in un vero e proprio atto terapeutico in cui l’osservatore entra in dialogo profondo con lo spazio e le forme. Se l’osservazione è stata condotta con sufficiente profondità ed è riuscita a varcare la soglia dell’opera, sperimentiamo un senso di smarrimento che si può definire esperienza del sacro. Sperimentiamo quello che il teologo Rudolf Otto definiva Mysterium Tremendum, la scena che osserviamo appartiene a una assoluta alterità.
Ecco che la paura della morte viene esorcizzata dalla visione di un’opera, che trasforma la speranza vita eterna in esperienza di crescita umana e approdo spirituale. Certo questa visione evocativa richiede uno sforzo contestuale. La nostra mente è ormai satura di immagini spazzatura, come ha teorizzato lo psicologo immaginista James Hillman. Siamo vittime di un inquinamento psichico ed ecologico dello sguardo, la nostra capacità immaginativa è anestetizzata da una miriade di stimoli visivi usa e getta. Non siamo più in grado di attivare quella visione evocativa che ci consente di guarire, osservando le immagini vive, eterne e tridimensionali che “fanno anima“. Facciamo una grande fatica a connetterci con le nostre immagini interiori e guarire.
Hillman propone quindi una “ecologia delle immagini“: purificare lo sguardo, difendersi dal rumore visivo mediatico e concentrare l’attenzione verso immagini dotate di “peso”, storia e mistero, capaci di attivare il fondo poetico della mente anziché ridurla a un mero ricettacolo di scarti pubblicitari e digitali.
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Bibliografia
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Su Piero della Francesca
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- Silvia Ronchey, L’enigma di Piero. L’Oriente bizantino e i disegni segreti del Rinascimento, BUR, Milano 2006
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La data dell’ultimo aggiornamento della scheda è: 10 luglio 2026.
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