Il giardino di Monet è un giardino dell’anima

Il giardino di Monet è un giardino dell’anima realizzato dal pittore impressionista per offrire una continua ispirazione alla sua creatività. di Marco Rabino

Quando Claude Monet decide di inserire il ponte giapponese nel suo giardino di Giverny, unisce inconsciamente le tradizioni spirituali orientali con l’esoterismo occidentale. L’acqua che passa sotto il ponte, l’inconscio fluttuante, viene superata e ordinata dal ponte (l’Io cosciente o la struttura spirituale). L’inserimento di un ponte nel suo giardino d’acqua, e nei suoi dipinti, permette così a Monet di offrirci un punto di equilibrio perfetto in cui l’uomo può contemplare la propria eternità. Questo articolo ti indica la strada per una visione evocativa che saprà sicuramente farti apprezzare ancora di più i dipinti di Claude Monet.

A Giverny possiamo immergerci nel favoloso giardino di Claude Monet. Il pittore impressionista, apprezzato per i suoi dipinti di ninfee, lo fece realizzare nel 1893. Secondo la tradizione, Monet, nel 1883, in occasione di un viaggio in treno, è colpito dalla vista del piccolo borgo rurale di Giverny, in Normandia. Decide così di trasferisi e affitta una casa colonica. Il successo delle sue mostre e le economie conseguenti alla vendita dei dipinti, gli permettono di acquistare il terreno di circa un ettaro nel 1890.

Il Clos Normand, il recinto normanno, primo nucleo del giardino di Monet

Il terreno è coltivato a frutteto e organizzato rigidamete, come è in uso nella tradizione dell’agricoltura normanna dell’epoca. Monet, però non gradisce quella geometria produttiva. Così fa abbattere gli alberi da frutto e gli alberi di bosso che costeggiano i viali. Al posto di questa struttura di coltivazione rigida e orientata al mercato, Monet organizza il suo universo naturale utilizzando criteri puramente cromatici: mescola fiori semplici, come margherite e papaveri, con piante rare come iris e peonie. Crea quindi un abbozzo scenografico installando degli archi metallici nel viale centrale per offrire un sostegno ai nasturzi e alle rose rampicanti. L’intento dell’artista è evidentemente quello di espandere nello spazio verde, che circonda la sua esistenza, la sua anima creatrice, o se volete apprestare uno spazio ispirativo per le sue opere.

Il Jardin d’Eau, il Giardino dell’acqua di Giverny

Al progetto di Monet manca però un elemento fondamentale: il fluire della vita. Così, nel 1893, Monet riesce ad acquistare un secondo terreno pianeggiante che si trova oltre i binari della ferrovia che costeggiava la sua proprietà. L’operazione non è facile, i contadini sono ostili a questo artista eccentrico che sta stravolgendo il territorio. Temono i cambiamenti, ma soprattutto la sottrazione di spazi e acqua dal tradizionale impiego agricolo, a favore di quello di giardino fiorito. Gli allevatori, poi, sospettano che le sue piante esotiche possano avvelenare le acque e il bestiame.

Il ponte giapponese e le ninfee dello stagno

Nel 1895 Monet inserisce un importantissimo elemento paesaggistico nel giardino dell’acqua: il Ponte giapponese. Il ponte ad arco in legno, che compare in alcuni suoi dipinti diventa un elemento essenziale del suo linguaggio artistico. Infatti, per armonizzarlo con la vegetazione ed evitare che il suo colore tradizionale distragga dai cromatismi delle ninfee, lo dipinge di verde e non di rosso. Lo stagno si circonda così di salici piangenti, bambù, azalee. Per assicurarsi i colori acquatici, Monet importa dal Sudamerica e dall’Egitto una varietà botanica di ninfee ibride resistenti al freddo. Il pittore ha finalmente realizzato il suo progetto esistenziale, la sua grande opera, se vogliamo definirla in termini alchemici. Claude Monet ha adottato un terreno che l’uomo sfrutta da generazioni a scopo produttivo e un altro violato dall’aggressiva tecnologia nascente (il treno). Ha operato una trasmutazione creativa (e spirituale), trasformando i terreni in un giardino dell’anima.

Le Grandi ninfee come stanza d’evasione e meditazione

In questo spazio, Monet, tra il 1916 e il 1926, ormai quasi cieco, dipinge la serie delle Grandi ninfee, che oggi si trovano al Musée de l’Orangerie a Parigi. All’interno del suo Giardino dell’anima, Monet realizza una monumentale stanza d’evasione e meditazione per i cittadini sconvolti dagli orrori della Prima Guerra Mondiale. Questa è la storia di uno dei siti di energia positiva e creatività più importanti al mondo. Altri luoghi di questo genere, sono alcuni giardini artistici, voluti da persone che hanno impiegato la loro vita in questa opera alchemica di antica tradizione.

Claude Monet a Giverny accanto allo stagno delle ninfee nel 1905
Claude Monet a Giverny accanto allo stagno delle ninfee nel 1905

Il giardino alchemico di Giverny

Sul giardino come luogo magico, spirituale, alchemico, insomma, portale esoterico, ci sarebbe tanto da scrivere. Se vuoi approfodire l’argomento, puoi consultare i testi che ho segnalato in bibliografia, soprattutto Giardini fantastici ed esoterici d’Italia di Lorenzo Sartorio. Ma rimaniamo al soggetto di questa riflessione, e osserviamo con una visione evocativa il Giardino di Giverny.

Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa

Non è l’anima a trovarsi dentro il corpo, ma è il corpo che passeggia in quel giardino che è l’anima.” (James Hillman)

James Hillman, psicanalista immaginale e archetipico, ha creato il termine “giardino dell’anima“. Per Hillman il giardino è una metafora viva della nostra psiche e dell’anima mundi. Il giardino progettato, curato e vissuto diventa un luogo in cui convivono spontaneità e forma, natura e cultura.

La nostra interiorità incontra il mondo esterno. Hillman è anche il promotore del concetto di daimon (Hillman, Il codice dell’anima), se vogliamo, il destino personale, che ognuno di noi deve seguire, riconoscendo le sue indicazioni fin dall’infanzia. Ecco che il daimon di Claude Monet era proprio quello di creare un luogo per l’anima di tutti noi, che apprezziamo il suo messaggio universale di salvezza. Monet ha creato un luogo pieno di bellezza (Hillman, Politica della bellezza) che milioni di visitatori raggiungono, per un’immersione di pace e riposo dalle brutture del contemporaneo.

Secondo la teoria di Hillman, Monet ha operato una cosmogenesi verde: un intero microcosmo, l’Anima Mundi, all’interno del perimetro del giardino di Giverny. All’interno di questo luogo magico, non potevano mancare due importanti simboli spirituali, tipici della cultura orientale ed esoterica: l’acqua e il ponte, potenti simboli di trasformazione, soglia e dinamismo psichico.

L’acqua elemento primordiale e alchemico

Secondo Carl Gustav Jung, rappresenta il grembo materno da cui emergono le immagini dell’anima. Inoltre, in alchimia, l’acqua partecipa alla Fase della Solutio (dissoluzione), è l’agente chimico-spirituale che permette di dissolvere le strutture rigide dell’Io conscio per ottenere la rinascita spirituale.

Il ponte alchemico

Nella tradizione esoterica occidentale, ripresa anche dalla psicologia archetipica e immaginale, il ponte rappresenta la struttura che guarisce la frattura tra il visibile e l’invisibile, tra il profano e il sacro. Claude Monet, progettando il suo ponte giapponese è diventato un pontifex, il sacerdote, l’artista-alchimista che getta un varco sul vuoto. Nella Teosofia ed nell’Esoterismo Orientale moderno dei dei chakra troviamo il “ponte arcobaleno” o filo di luce. L’iniziato a questi saperi deve costruire, attraverso la meditazione, un collegamento tra la mente inferiore (l’Io) e la mente superiore (l’Anima spirituale). James Hillman traduce come la psiche e l’anima mundi.

Bibliografia

  • Hervé Brunon (Autore), Serena Monachesi (Traduttore), DeriveApprodi, Collana: Habitus, 2017, EAN: 9788865481790
  • Francesco Colonna, Marco Ariani (a cura di), Mino Gabriele (a cura di) Hypnerotomachia Poliphili, Adelphi, 2004, ISBN-10 8845919412 ISBN-13 978-8845919411
  • Lorenzo Sartorio, Giardini fantastici ed esoterici d’Italia, Polistampa, 2025, ISBN-10 8859624649 ISBN-13 978-8859624646
  • Silvana Ghigino, Il giardino come labirinto della storia, convegno internazionale, Palermo 14-17 aprile 1984
  • James Hillman, Silvia Ronchey, Il piacere di pensare, Rizzoli, BUR, 2004
  • James Hillman, a cura di Francesco Donfrancesco, La politica della bellezza, Moretti & Vitali, Bergamo 1999; 2005
  • James Hillman, Adriana Bottini (Traduttore), The Soul’s Code, 1997; Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino, Adelphi, 2009, ISBN-10 8845923630 ISBN-13 978-8845923630
  • Carl Gustav Jung (Autore), Elena Schanzer (Traduttore), Antonio Vitolo (Traduttore), Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, 1977, ISBN-10 8833902307 ISBN-13 978-8833902302

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