I giardini nascondono i simboli di antiche tradizioni spirituali e ci permettono di entrare in contatto terapeutico con la madre terra. di Marco Rabino
Visitare un giardino e osservare il dipinto di un grande artista che raffigura un giardino, sono attività che offrono gli stessi benefici, a patto di attivare quella visione evocativa che ci cura. Non intendo affermare che l’arte debba diventare un farmaco per ogni nostro male quotidiano, nel senso che non sto parlando di arte terapia. L’opera d’arte è un fantastico dispositivo umano che si offre a infinite interpretazioni, dalla lettura tecnica, analitica a quella ermetica e spirituale. La mia convinzione è quella che oggi, l’arte ha raggiunto livelli di vacuità estremi. Le immagini, colpevoli le dinamiche compulsive dei social, sono state banalizzate e ridotte a oggetti di consumo usa e getta.
Sono sempre di più gli intellettuali illuminati che, data per scontata la divulgazione analitica e storica, se non aneddotica, delle opere d’arte si impegnano nel diffondere la visione evocativa di un dipinto o di una scultura. Così, Henri Corbin, James Hillman, Alva Noè, Alain de Botton, Federico Campagna, Vittorio Sgarbi e molti altri utilizzano le proprie teorie per chiederci di andare oltre la superficie dipinta per recuperare la nostra anima. A sostegno delle loro idee, richiamano tradizioni millenarie, del sapere occidentale e orientale che tracciano la via per oltrepassare quella soglia nascosta nell’opera per svelare l’invisibile.
Il giardino magico e simbolico
La tradizione di predisporre un giardino personale la troviamo in ogni cultura. Questa pratica è spiritualmente tanto potente da aver, nel tempo, stratificato una serie di significati interculturali, che Federico Campagna, forse, la indicherebbe come una forma di sincretismo culturale. Organizzare la botanica di un giardino, in forme strettamente controllate o con libertà di crescita, significa dare ordine geometrico ai fiori della propria psiche. James Hillman considerava la cura e la visita di un giardino una forma di pratica animista, un recupero della nostra anima soffocata dalla brutalità della tecnologia contemporanea. Il fiore è l’idea che germoglia nell’oscurità dell’inconscio e si offre alla visione evocativa dello spettatore. Quando questi grandi autori parlano di magia, si riferiscono a sapienze antiche, stratificate nelle tradizioni, non di espedienti truffaldini di fattucchiere e ciarlatani contemporanei.
La terra simbolo di radicazione e di gestazione
«Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem» (Visita l’interno della terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta).
La terra è considerata fin dall’antichità un elemento essenziale nei miti fondativi delle diverse cosmogonie. Nella cultura esoterica occidentale e nelle dottrine spirituali orientali, infatti evoca la stabilità, il radicamento e la gestazione. Se l’acqua è il veicolo dei sentimenti e dell’inconscio, la terra rappresenta la matrice fisica in cui lo spirito deve incarnarsi per potersi manifestare e, successivamente, trasmutare, in una visione magico-alchemica.
La terra nel sapere esoterico occidentale
La terra diventa la Grande Madre, la Materia Prima, il corpo della dea cosmica. Viene considerata così il grembo oscuro e fertile che accoglie il seme dello spirito. In alchimia rappresenta lo stato della Nigredo (l’Opera al Nero), riferimento al colore del limo, sostanza fertilizzante rilasciata dal fiume Nilo. Siamo nella fase di putrefazione e decomposizione, la più difficile ed essenziale per rinascere e compiere la trasmutazione che porta alla rivelazione: l’iniziato deve idealmente morire e scendere nelle viscere della terra. Non si può fare anima, senza un solido radicamento nella terra. Ricordiamoci che il lavoro agricolo e la cura degli esseri vegetali è alla base di molte terapie che curano le dipendenze.
La terra nelle discipline orientali
Nella tradizione del sapere spirituale dell’Oriente, la terra rappresenta la forza equilibratrice che sostiene l’ordine del cosmo e della mente. Come sempre, i saperi veri, operano sulla materia per ottenere un effetto sull’anima. In questo articolo faccio solo un rapido accenno a questi antichi e autorevoli saperi che necessitano di seri approfondimenti esperienziali.
Nel Taoismo, la terra è un elemento centrale, come nella teoria cinese dei Cinque Elementi (Wu Xing). Mentre legno, fuoco, metallo e acqua sono legati alle stagioni e alle direzioni cardinali, la terra si trova al centro. Permette la transizione tra una stagione e l’altra, consente lo stato di perfetto equilibrio e neutralità. La sua polarità Yin è ricettiva e accogliente, ma contiene il seme dello Yang.
Nei Giardini di Pietra Zen (Karesansui), nel Buddismo Zen, la terra e la roccia sono elementi di primaria importanza. Prendiamo ad esempio i giardini secchi come quello del tempio Ryōan-ji a Kyoto. Le grandi pietre immobili sono immerse nella sabbia che viene rastrellata per evocare l’acqua. Le pietre rappresentano così la stabilità della meditazione e l’immutabilità della natura di Budda di fronte al flusso impermanente delle illusioni umane.
I fiori nel giardino esoterico e spirituale
Se in un dipinto che raffigura un giardino non ci limitiamo ad apprezzare solo la resa estetica dei colori e la bellezza della natura, apriamo la porta a significati esoterici e spirituali. Nei giardini iniziatici e quelli delle tradizioni orientali, i fiori non sono mai semplici elementi decorativi. La loro forma concretizza infatti una formula geometrica vivente. Diventano ideogrammi della manifestazione spirituale. Nel Simbolismo esoterico occidentale il fiore incarna il principio della mediazione e della trasmutazione alchemica. Nelle dottrine orientali come il Taoismo il fiore affonda le sue radici nel fango o nella terra scura. Nel Buddismo cresce attraverso l’acqua, che rappresenta la sfera emozionale. Nello Shintoismo si apre verso la luce del sole (spirito/illuminazione).
L’acqua la vita che scorre
L’acqua nel Taoismo rappresenta il principio del Wu Wei (l’azione senza sforzo) e l’adattabilità spirituale. Per il Buddismo Zen, lo stagno calmo e privo di increspature, come quello di Giverny, è la metafora della mente illuminata (Kokoro). Per lo Shintoismo l’acqua è parte del rituale di purificazione, come anche nel Cristianesimo. Più interessante è considerare come questo elemento opera nella nostra psiche.
Il ponte
Il ponte giapponese, nel pensiero buddista, rappresenta il passaggio dal “mondo del dolore e dell’illusione” (Samsara) alla “sponda dell’illuminazione” (Nirvana). Il ponte che scavalca un corso d’acqua chiede di meditare e lasciare alla spalle i problemi del quotidiano. Si attiva così una pratica, che se unita all’osservazione del paesaggio circostante, diventa una vera e propria visione evocativa. Come i tipici ponti del Giappone, anche quello del giardino di Giverny progettato da Monet, ha una forma a schiena d’asino (Taiko-bashi). Il percorso è difficile all’inizio, in salita e veloce in discesa. Impone attenzione e per questo favorisce il traversamento cosciente. Si tratta di un simbolico persorso che ricorda le difficoltà dell’ascesi spirituale.
Inoltre, la forma ad arco del ponte si specchia nell’acqua sottostante ed evoca un cerchio perfetto, simbolo dell’assoluto e del vuoto (Enso). Diventa, infine, un collegamento cosmico nello Shintoismo. L’umanità (Ame) si unisce al mondo degli dèi (Kami) attraverso il ponte. Il mitico ponte fluttuante del cielo (Ame-no-ukihashi) è il luogo da cui le divinità creatrici modellarono il Giappone.
Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa
Bibliografia
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