Le pitture per il Tempio di Hilma af Klint non devono essere banalizzate di Marco Rabino

Le pitture per il Tempio di Hilma af Klint non devono essere banalizzate. Rappresentano infatti una importante esigenza spirituale dell’artista.

Per anni, nella mia attività di insegnante, ho girato al largo da quegli artisti che creavano in stato di trance o misticismo; li ritenevo fuori fuoco. Poi, il lutto ha bussato alla mia porta. La perdita profonda, quella che ti mozza il fiato, mi ha squarciato lo sguardo. È stato allora che ho capito Hilma af Klint. Non attraverso i manuali, ma attraverso le mie stesse macerie. La morte tragica di sua sorella non è stato un dato biografico, ma l’innesco di un’esigenza spirituale violenta: un ponte disperato gettato verso l’aldilà.

Ho insegnato per trent’anni ai miei studenti che le opere d’arte si analizzano solo con il metodo scientifico. Ma sono rimasto profondamente stupito quando, studiando Hilma af Klint, ho dovuto arrendermi all’incredibile: l’artista realizzava queste composizioni in stato di trance medianica. Osservate la precisione millimetrica di queste linee. Solo oggi, grazie alle neuroscienze e allo studio degli stati alterati di coscienza, iniziamo a comprendere un mistero nascosto per oltre un secolo.

Fotografia di Hilma af Klint del 1901
Fotografia di Hilma af Klint del 1901

“La fragilità e l’impermanenza della materia e dell’esistenza umana non devono essere vissute come un limite negativo, ma come la “breccia” necessaria attraverso cui può manifestarsi la luce spirituale. Il superamento della mente separativa: solo accettando l’instabilità e il “crollo dei mondi” (inteso come crisi dei vecchi sistemi di pensiero) l’essere umano può ritrovare un centro interiore e aprirsi alla bellezza e alla bontà universale.”

Hilma Af Klint al Museo Guggenheim di Bilbao. Curata da Tracey R. Bashkoff e Lucía Agirre, 2024-2025
Hilma Af Klint al Museo Guggenheim di Bilbao. Curata da Tracey R. Bashkoff e Lucía Agirre, 2024-2025

L’urgenza spirituale di Hilma af Klint

Se chiedete a un’intelligenza artificiale o a un catalogo turistico chi sia Hilma af Klint, vi risponderanno con un algoritmo di date: nata nel 1862, morta nel 1944, pioniera dell’astrattismo che anticipò Kandinskij di quattro anni. Vi diranno dell’acquerello del 1910 di Kandinskij e della sua adesione alla Società Teosofica come fosse una bizzarra nota a margine.

Questo è il grande inganno della critica internazionale: ridurre un’anima a un primato cronologico da spendere sul mercato per lanciare la prossima mostra-spettacolo di successo. Vi vendono la “sorprendente scoperta” per staccare biglietti, nascondendo l’oceano di sofferenza che si agita dietro quelle tele. Non ce ne importa nulla di chi è arrivato primo. Ci importa di chi è rimasto in piedi nel dolore.

Le pitture per il tempio di Hilma af Klint, una cura per la sofferenza

Solo chi ha guardato dentro l’abisso di una sedia rimasta vuota può comprendere cosa si nasconde dietro le geometrie apparentemente eleganti di Hilma. La sua pittura non era decoro da salotto, era una preghiera laica recitata sotto dettatura, una questione di vita o di morte. Nel 1896, schiacciata dall’assenza della sorella, Hilma fonda con altre quattro donne il gruppo De Fem (I Cinque). Non era un salotto intellettuale: era un corpo d’armata spirituale che cercava risposte nel silenzio, attraverso la scrittura automatica e il contatto con i “Maestri Elevati“.

Quando il maestro Amaliel le ordina di dipingere il cosmo, Hilma si chiude in un isolamento totale. Tra il 1906 e il 1915 produce 193 Pitture per il Tempio. Il giallo che usa non è una scelta cromatica: è il principio mascolino della mente che urla. Il blu è il femminino spirituale che tenta di consolarlo. Il verde è l’unica sintesi possibile, l’armonia di una natura che sopravvive alla morte.

Le sue celebri spirali non sono virtuosismi astratti, ma il disegno millimetrico di un’anima che tenta di arrampicarsi fuori dalla materia per respirare. E la vera grandezza? Ha nascosto tutto, destinando l’opera a un’umanità futura, rinunciando alla gloria terrena per fedeltà alla sua missione.

Le lacrime di una sorella che non voleva arrendersi al vuoto

Cosa rimane di questo sangue nelle divulgazioni pop che invadono i social? Nei trafiletti distratti scritti dall’AI che lodano “l’eleganza minimale” delle sue composizioni, riducendo Hilma a un’eccentrica medium modaiola? Niente. Vi stanno vendendo l’allestimento, non l’opera. La prossima volta che vi metterete in coda per una mostra immersiva, davanti a quelle pareti retroilluminate piene di pixel colorati, fermatevi. Spegnete lo smartphone. Guardate oltre la superficie ed entrate in empatia con l’ossessione di quella donna. Ricordatevi che dietro quel blu e quel giallo non c’è un trend di Instagram, ma le lacrime di una sorella che non voleva arrendersi al vuoto. Voi siete lì per consumare un evento o per salvarvi la vita?

Hilma af Klint, Installation Views, Museo Guggenheim Bilbao, 2024-2025
Hilma af Klint, Installation Views, Museo Guggenheim Bilbao, 2024-2025

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