Il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo di Cimabue

Cimabue, nel Crocifisso di San Domenico ad Arezzo, concepì il corpo di Cristo, sulla croce, come una persona e non come una astratta divinità.

Cimabue, Crocifisso, 1268-1271 circa, tempera su tavola, 336×267 cm. Arezzo, Chiesa di San Domenico

Descrizione

La croce dipinta è sagomata e ai lati del braccio orizzontale i capicroce sono dipinti con le immagini della Vergine a sinistra e di San Giovanni a destra. I due personaggi sacri, dolenti, piangono Cristo. Sono rappresentati a mezzo busto e con il capo inclinato e poggiato su una mano. Gli abiti sono decorati e impreziositi utilizzando la tecnica dell’agemina. Si tratta di applicazione di sottili striature dorate che illuminano il tessuto.

All’interno della cimasa, rettangolare e posta in alto, si legge la scritta Hic est Iesus Nazarenus Rex Iudeorum, solitamente abbreviata in I.N.R.I. Al di sopra della cimasa si trova la clipse, di forma rotonda, all’interno della quale si trova Cristo benedicente. All’interno del tabellone, rettangolo all’altezza del corpo, è dipinto un motivo geometrico. Il suppedaneo, alla base della croce, è privo di figure.

Interpretazioni e simbologia

La crocifissione era una pratica di condanna a morte molto comune nell’impero romano. I chiodi, nel dipinto, infissi nel palmo, in realtà, erano posti sul polso per sostenere il peso del corpo da cui le stigmate. Cimabue, però, non raffigurò la ferita al costato e la corona di spine intrecciata dai soldati per scherno.

Cristo crocifisso è, quasi sempre rappresentato con un panno intorno ai fianchi poiché fu giustiziato come un detenuto comune. Cimabue dipinse il panneggio con il colore rosso perché rappresenta la passione. Inoltre, per enfatizzare la drammaticità della scena dalle ferite delle mani e da quelle dei piedi sgorgano rivoli di sangue.

Cristo è rappresentato con un’espressione sofferente e umana. Il volto esprime un dolore reale, simile a quello di un uomo comune. Cimabue, indicato come l’autore del Crocifisso di San Domenico, scelse di allontanarsi dalla tradizione bizantina. Infatti alcuni aspetti della figura di Cristo furono concepiti con uno stile maggiormente realistico ed espressivo. Il Crocifisso di San Domenico ha una certa somiglianza con il Crocifisso di Giunta Pisano della Basilica di San Domenico di Bologna. La Basilica di Arezzo, in questo modo, ribadiva la sua dipendenza dalla Chiesa principale dell’ordine. Inoltre Giunta Pisano fu l’artista più considerato intorno alla metà del 1200.

I Committenti e la storia espositiva

Il Crocifisso di San Domenico di Cimabue rimase sempre nella sua sede originale. Nel 1917 subì un primo restauro. Seguì un altro intervento nel 2005. La storia documentaria del Crocifisso di San Domenico è quasi inesistente. Si hanno, infatti, notizie sull’opera solo a partire dal 1817. Fu Cavalcaselle a farne menzione e lo attribuì a Margaritone d’Arezzo. Aldo Venturi, nel 1907, ipotizzò per primo che l’autore fosse Cimabue. L’autorevolezza di Toesca, nel 1927, convinse gli storici a considerarla opera di Cimabue. Alcuni storici sono, comunque, ancora dubbiosi.

La storia dell’opera

Il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo è la prima opera che gli storici sono concordi nell’attribuire a Cimabue. Il maestro, infatti, dipinse il Crocifisso di San Domenico in età giovanile. Secondo gli storici (Bellosi), alcuni dettagli confermano tale ipotesi. Si tratta delle crisografie bizantine dipinte sul perizoma e nelle vesti dei dolenti. Il Crocifisso di San Domenico è quindi la prima opera di Cimabue esistente attualmente. Nella seconda opera, la croce dipinta di Santa Croce a Firenze, tali iscrizioni non sono, infatti, presenti.

Gli storici, analizzando il Crocifisso di San Domenico di Cimabue, fanno spesso un confronto con il Crocifisso dipinto da Giunta Pisano. Questa confronto deriva dell’ipotesi che l’opera di Bologna sia stata il modello per Cimabue. L’artista, comunque, introdusse alcune innovazioni stilistiche che determinarono una maggiore espressività al volto di Cristo. Il volto di Gesù possiede, infatti, una leggibile tensione muscolare. Sono le linee di contorno e le rughe di dolore che permettono tale effetto.

Lo stile del Crocifisso di San Domenico ad Arezzo

La muscolatura del torace di Cristo è tripartita. Il torace, inoltre, risulta più ampio del normale a causa dello stiramento muscolare dovuto alla crocifissione. I fasci muscolari dell’addome, poi, sono simmetrici e sovrapposti in modo molto schematico. Sembrano, infatti, una corazza dura e protettiva di cuoio. Le mani di Cristo sono ancora prive di volume. Tale schematizzazione è ancora tipica dello stile bizantino. Cimabue introdusse, invece, il chiaroscuro, con il quale creare maggior volume.

La croce dipinta di Cimabue di San Domenico è caratterizzata dalla maggiore tridimensionalità del corpo di Cristo rispetto alla croce di Giunta Pisano a Bologna. Cimabue, infatti, utilizzò una tecnica grafica di sottili righe scure e parallele. L’artista, per creare il chiaroscuro, utilizzò una maggiore o minore densità di queste linee linee. Il modellato del corpo è ottenuto mediante il disegno di aree separate dal chiaroscuro.

Tra le diverse parti anatomiche le infossature sono rese attraverso una maggiore densità delle linee scure. I singoli fasci muscolari sono poi trattati in modo autonomo. Questa tecnica separa nettamente le parti e il corpo sembra costruito mediante l’assemblaggio di parti distinte e solide. L’aspetto è, infatti quello di un fisico metallico, di bronzo, lavorato a sbalzo. In seguito a tale lavorazione, Cimabue ottenne un volume più marcato rispetto alla Croce dipinta di Giunta Pisano.

Lo stile. I volti

Il volto di Cristo è dipinto con uno stile coerente con quello del corpo. Le linee calligrafiche ottenute con la punta del pennello creano il chiaroscuro. Le sottili ciocche della barba si confondono con le linee del chiaroscuro. Con la stessa tecnica, Cimabue realizzò anche i capelli, sottili e quasi dipinti singolarmente. Il fitto tratteggio permette al volto una chiara evidenza rispetto al fondo.

Sui volti di Cristo, della Vergine e San Giovanni, Cimabue dipinse una zona infossata, alla radice del naso, che, pare, rappresentare una ruga di dolore. Inoltre al di sopra del labbro superiore di Maria è presente una sottile linea bianca. Si tratta di stilemi bizantini usati già da Giunta Pisano. Si ritrovano ancora nel Crocifisso di Santa Croce per poi sparire nelle future opere. Un tratto della tradizione che persiste sul volto di Cristo e dei dolenti è un segno nero che nasce dall’angolo dell’occhio e traversa la guancia. Scompare nella Maestà esposta presso il museo del Louvre di Parigi e dipinta verso il 1280.

Il colore e l’illuminazione

I colori sono molto saturi e brillanti. Prevalgono infatti l’oro e il rosso. Il corpo di Cristo è livido con le linee di chiaroscuro nere.

Approfondisci con l’opera di Giotto intitolata: Crocifisso di Santa Maria Novella.

Lo spazio

Cristo ha una maggiore presenza volumetrica rispetto agli esempi bizantini. Infatti la sua sovrapposizione alla croce sagomata appare più realistica.

La Composizione e l’inquadratura

Il corpo, sulla croce, crea un arco verso sinistra e si congiunge con il capo reclinato a formare una linea serpentina. Le braccia, distese, sono allineate lungo l’orizzontale del braccio minore della croce.

Approfondimenti. Il Christus Patiens

Dagli anni Venti del 1200 iniziò a diffondersi sul territorio italico il modello iconografico del Christus patiens in sostituzione del Christus triumphans. Fu l’ordine francescano a promuovere una nuova interpretazione del Cristo crocifisso. Gesù muore sulla croce soffrendo come una persona qualunque.

Approfondimenti. Cimabue, maestro di Giotto

Cimabue fu il primo artista ad allontanarsi dallo stile bizantino, simbolico e privo di tridimensionalità. Secondo una leggenda fu l’artista a scoprire il grande artista Giotto quando era un ragazzo. Forse si tratta solo di una storia ma sembra che fu proprio la famiglia a mandare Giotto a bottega da Cimabue.