Alva Noë, filosofo e scienziato cognitivo statunitense concepisce l’opera d’arte come una tecnologia della mente. di Marco Rabino
Cosa succede quando osserviamo un’opera d’arte? Ma soprattutto, il processo dell’osservazione di un’opera d’arte può essere descritto con la teoria neuroscientifica? Alva Noë, filosofo e scienziato cognitivo statunitense, rappresenta una delle principali voci che contestano questo riduzionismo internalista. Infatti, secondo Alva Noë, occorre superare il concetto che la percezione umana si esaurisca all’interno del nostro cervello. Invece, la coscienza è il prodotto della nostra interazione dinamica con il mondo e con l’Altro.
Chi è Alva Noë
Vediamo con più attenzione il pensiero di Alva Noë e l’aiuto che ci offre per attivare la visione evocativa di un’opera d’arte. Alva Noë è nato a New York nel 1964 ed è cresciuto all’interno di un ambiente familiare immerso nell’arte. I suoi genitori erano amici di importanti artisti e di teorici. Il piccolo Noë ha maturato una serie di esperienze che lo hanno portato a testare le sue idee nel campo dell’arte. Oggi è un influente filosofo e scienziato cognitivo ed è riconosciuto come una delle figure di punta del panorama contemporaneo e internazionale nel campo dello studio della coscienza, della percezione e della filosofia della mente. La sua ricerca è basata su tesi anti-riduzionistiche che mettono in discussione le neuroscienze tradizionali.
“Se quanto detto sinora è vero, È possibile affermare che abbiamo bisogno dell’arte in quanto essa ha il compito di inventare quelle tecnologie necessarie per la sua stessa. Si può andare indietro nel tempo quanto si vuole laddove ci sono esseri umani, li troviamo anche il linguaggio, gli abiti, le immagini, la tecnologia, troviamo l’arte.” (Alva Noë, Strani strumenti. L’arte e la natura umana, 2015; 2022)1
Le tesi anti-riduzionistiche di Alva Noë L’Enattivismo e l’Esternalismo della mente
Secondo le ricerche delle neuroscienze la mente e la coscienza sono interamente prodotte dall’attività biologica e chimica del cervello, inteso come l’organo centrale di elaborazione delle informazioni. Invece Alva Noë è convinto che la mente non è racchiusa dentro il cranio e la coscienza non è un semplice prodotto chimico o elettrico del cervello. Questa è la principale contestazione che Noë muove agli scienziati delle neuroscienze e della neuroestetica, primo dei quali Semir Zeki, neurobiologo britannico dell’University College di Londra (UCL), fondatore della neuroestetica negli anni Settanta del Novecento.
Alva Noë descrive quindi i principi fondamentali della sua visione del funzionamento della coscienza. La percezione attiva viene descritta nel suo saggio intitolato Action in Perception (2004). Percepire non è un processo passivo in cui il cervello riceve semplicemente immagini dal mondo esterno. Al contrario, percepire è un’azione guidata dal nostro corpo. Ad esempio, noi vediamo o tocchiamo un oggetto attraverso il movimento e l’interazione dinamica con esso. Di conseguenza, nasce il concetto di Mente estesa.2 La coscienza non “accade” dentro di noi e non è riduzionisticamente il risultato dei processi biologici e chimici del cervello, ma è qualcosa che noi facciamo attivamente insieme agli altri e all’ambiente circostante. Questo concetto si collega alle concezioni ecologiche della mente (Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind, 1972)
Il filosofo americano John Dewey è la fonte di ispirazione del pensiero enattivo di Alva Noë
Alva Noë inizia il suo fondamentale testo intitolato Strani strumenti. L’arte e la natura umana (2015) con una citazione di John Dewey, dichiarando la sua ammirazione per il pensiero pragmatista del filofoso americano. Il testo fondamentale di John Dewey che riguarda le riflessioni sull’arte è Art as Experience (Arte come esperienza) del 1934. Secondo Alva Noë, le idee espresse nel testo di John Dewey rappresentano quello che ancora oggi è la reale funzione dell’arte nella vita umana.
L’opera d’arte non è un oggetto commerciale
Questa concezione dell’arte è la fonte anche per tutte le ricerche della seconda ondata della neuroestetica che ha sviluppato in chiave neuro-cognitiva ed enattivista quattro concetti fondamentali di Dewey. La critica all’utilizzo esclusivamente museale dell’arte e alla sua commercializzazione: l’arte non è un oggetto. L’ossessione per il valore materiale dell’opera d’arte blocca la reale comprensione di come agisce. Per Alva Noë l’opera d’arte, quindi, non è un oggetto inerte, ma l’esperienza dinamica che quell’oggetto genera.
L’esperienza artistica è una transazione continua tra la mente e la realtà
Doing and Undergoing. L’esperienza che compiamo osservando e agendo nella realtà non è concepita dal pragmatismo di Dewey come un flusso di sensazioni interne. Si tratta invece di una transazione continua, biologica e attiva tra l’organismo intero e l’ambiente circostante. Noi agiamo nel mondo e il mondo ha un effetto su di noi. Noë ne deriva la sua teoria enattivista della percezione. Vediamo e facciamo l’arte con tutto il nostro corpo utilizzando la nostra competenza senso-motoria.
L’arte è una pratica quotidiana e naturale
Secondo Dewey, l’arte rappresenta il momento più alto delle esperienze quotidiane umane. Non nasce da esperienze spirituali o trasccendentali riservate a pochi eletti. Noë riprende questo concetto, ed elabora quello di strumento di secondo grado, che riorganizza le funzioni naturali e biologiche di primo grado (le azioni giornaliere finalizzate alle funzioni pratiche immediate).
Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa
L’arte, attraverso l’indagine attiva
Dewey dà molta importanza all’attività di indagine che compie la mente umana (la teoria dell’inquiry). Anche l’arte, attraverso l’indagine attiva, costruisce una forma immaginativa e condivisa alle possibilità della realtà. Noë ridefinisce l’arte come “strano strumento“. L’arte è uno strumento “strano“, oltre che di secondo grado, perché non possiede una funzione pratica immediata. Lo studioso americano considera l’opera d’arte come una tecnologia di ricerca filosofica per esaminare noi stessi: ci permette di comprendere come funziona la nostra percezione e di riorganizzare il nostro modo di stare al mondo.
Perché non siamo il nostro cervello
Un successivo attacco di Alva Noë al riduzionismo delle neuroscienze si trova nel suo libro intitolato Out of Our Heads (Perché non siamo il nostro cervello). La mappatura dei neuroni non restituisce la coscienza umana. Il pensiero è molto di più che il funzionamento del cervello. L’organo che chiamiamo cervello è un facilitatore, ma la mente ha bisogno del corpo e del mondo esterno per esistere.
L’estetica di Alva Noë: l’opera d’arte come strano strumento
Le ricerche dei primi anni Venti del Duemila di Alva Noë si concentrano sul rapporto tra filosofia, scienze cognitive e arte. Nel libro Strani strumenti. L’arte e la natura umana (2015; 2022) Noë definisce l’arte come una tecnologia, una pratica di secondo grado organizzata, della civiltà umana. Gli strumenti comuni, come una tazza o un martello, utili per compiere azioni pratiche di primo grado. Le opere d’arte sono strumenti strani: loro scopo è metterci davanti a uno specchio, mostrandoci come siamo organizzati, come percepiamo e come diamo significato al mondo.
“Le nostre vite sono strutturate dall’organizzazione. L’arte è una pratica che porta alla luce la nostra organizzazione; nel fare questo, ci riorganizza. L’arte rimuove gli strumenti dai loro contesti e, così facendo, li rende strani, rendendoli strani porta allo scoperto ciò che era nascosto, le modalità e le striature del loro essere integrati. Un’opera d’arte è uno strano strumento, un attrezzo alieno. Creiamo strani strumenti per esplorare la nostra natura. L’arte e la filosofia sono pratiche organizzative e riorganizzative, pratiche che fanno luce sulle nostre modalità di organizzazione. E se esistono è perché dicono di un bisogno urgente e genuino.” (Alva Noë, Strani strumenti. L’arte e la natura umana, 2015; 2022)1
Guardare l’opera e farsi coinvolgere
Alva Noë, commentando, e correggendo, le ricerche della neuroestetica scrive nel suo testo fondamentale:
“Guardiamo e aspettiamo, sperando che avvenga la magia e che quegli oggetti ci colpiscano. Ci rifugiamo nelle parole delle didascalie affisse sui muri, ascoltiamo le audio guide. Ciò che non facciamo, invece, perché non possiamo farlo, non ci sentiamo abbastanza sicuri per farlo, è guardare e lasciarci coinvolgere, reagire liberamente all’opera.“(Alva Noë, Strani strumenti. L’arte e la natura umana, 2015; 2022)1
Gli strani strumenti della visione evocativa
Dopo una sommaria analisi delle idee di Alva Noë passiamo ara all’applicazione della teoria di Noë alla visione evocativa di un’opera d’arte. Il filosofo statunitense ci offre alcuni strumenti che possiamo utilizzare per andare oltre l’osservazione superficiale e trovare la trascendenza. Facciamo quindi riferimento al suo saggio Strani strumenti. L’arte e la natura umana (Strange Tools: Art and Human Nature, 2015). L’opera d’arte non è un oggetto da contemplare passivamente con uno sguardo veloce. Alva Noë, la considera una pratica di secondo grado: l’arte è uno “strano strumento” (Strange Tools) che serve a mettere a nudo, analizzare e riorganizzare i nostri stessi modi di percepire e agire nel mondo. L’opera d’arte ci costringe a renderci conto di come guardiamo. Si può considerare un meta-sguardo che ci rende attivi osservatori.
Ancora una volta, le teorie di un importante ricercatore sostengono la validità di quella che ho definito da tempo visione evocativa. Guardare un’opera d’arte è un atto di conoscenza razionale che ci permette di costruire un sapere sicuramente necessario. Però, al fine di completare il nostro rapporto con l’opera ed entrare in contatto con la sua essenza vitale, dobbiamo saperla vedere e sentire per trasformarla in uno strumento di risonanza psicologica ed esistenziale.
Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa
NOTE
(1) La citazione è utile per il nostro discorso, ma ti consiglio sempre di leggerla nel suo contesto di appartenenza, il testo dalla quale è tratta.
(2) Vedi anche le idee di Thomas Fuchs e Andy Clark sulla mente estesa.
Bibliografia
- Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind, 1972, (Verso un’ecologia della mente), Giuseppe Longo (Traduttore), Adelphi, 2000, Edizione 23°, ISBN-10 8845915352 ISBN-13 978-8845915352
- Gregory Bateson, Mind and Nature: A Necessary Unity, 1979, (Mente e natura. Un’unità necessaria), Giuseppe Longo (Traduttore), Adelphi, Edizione 11°, ISBN-10 8845905608 ISBN-13 978-8845905605
- Andy Clark, David Chalmers, La teoria della Mente Estesa (The Extended Mind) (1998)
- John Dewey, Experience and Nature, 1925; Esperienza e natura, Torino, Paravia, 1948; Milano, Mursia, 1990; Giovanni Matteucci (Traduttore), Esperienza e natura, Einaudi, 2026, ISBN-10 8806265415 ISBN-13 978-8806265410
- John Dewey, Art as Experience, 1934; Giovanni Matteucci (Curatore), L’arte come esperienza, Aesthetica, 2020, ISBN-10 887726103X ISBN-13 978-8877261038
- Thomas Fuchs (Autore), Selene Mezzalira (Traduttore), Ecologia del cervello. La mente incarnata e l’ambiente, Astrolabio Ubaldini, 2021, ISBN-10 8834018036 ISBN-13 978-8834018033
- Shaun Gallagher, How the Body Shapes the Mind (Oxford University Press, 2005)
- Shaun Gallagher, Dan Zahavi, The Phenomenological Mind, 2007; La mente fenomenologica
- Shaun Gallagher, Introduction to the Issue on 4E Cognition, Phenomenology and the Cognitive Sciences, 2010
- D. Freedberg, V. Gallese, Motion, emotion and empathy in aesthetic experience («Trends in Cognitive Sciences», 11, 2007)
- Vittorio Gallese, Massimo Ammaniti, La nascita della intersoggettività. Psicodinamica, neurobiologia e il Sé, Raffaello Cortina Editore, 2014, ISBN-10 8860306566 ISBN-13 978-8860306562
- Maurice Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception, 1945; Fenomenologia della percezione, A. Bonomi (Traduttore), Bompiani, 2003, ISBN-10 8845253562 ISBN-13 978-8845253560
- J. Kevin O’Regan, Alva Noë, A sensorimotor account of vision and visual consciousness, Behavioral and Brain Sciences, 2001
- Alva Noë, Action in Perception, 2004
- Alva Noë, Out of Our Heads, 2009, (Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza), S. Zipoli Caiani (Traduttore), Raffaello Cortina Editore, 2010, ISBN-10 8860303451 ISBN-13 978-8860303455
- Alva Noë, Strange Tools: Art and Human Nature, 2015; Strani strumenti. L’arte e la natura umana, Einaudi, 2022
- Francisco J. Varela (Autore), Evan Thompson (Autore), Eleonor Rosch (Autore), Jon Kabat-Zinn (Prefazione), Selene Mezzalira (Traduttore), The Embodied Mind, 1991, (La Mente nel corpo), Astrolabio Ubaldini, 2024, ISBN-10 8834018575 ISBN-13 978-8834018576
- Francisco Varela, Humberto Maturana, El árbol del conocimiento, 1984 L’albero della conoscenza, Garzanti, Milano, 1987, ISBN 88-11-67490-5; Mimesis, 2024, ISBN-13 979-1222307367
- Semir Zeki, Inner Vision. An Exploration of Art and the Brain, 1999; (Trad. it. a cura di Paolo Pagli e Giovanna De Vivo, La visione dall’interno. Arte e cervello. 2003. Torino, Bollati Boringhieri, 2003 ISBN 88-339-1471-2)
© 2017-2026 ADO – analisidellopera.it di Marco Rabino- Tutti i diritti riservati. Approfondisci
ASPETTA! Ti possono servire
Grazie per aver consultato ADO
Le immagini pubblicate su ADO sono state prodotte in proprio e quindi sono di proprietà dell’autore.





