La nudità della Maddalena, la visione evocativa che copre il corpo indifeso

La nudità della Maddalena, la visione evocativa che copre il corpo indifeso ispirata dal pensiero di Jean-Luc Nancy.

di Marco Rabino

La nudità e la religione: non diamo per scontata questa relazione

Nudità e religione? Ammettetelo, quanti di voi si sono chiesti, almeno una volta, perché così tanti personaggi nei dipinti biblici o evangelici siano ritratti completamente nudi? So che siete curiosi, sento la vostra resistenza intellettuale da qui. La verità è che siamo anestetizzati. Assuefatti da tutte le immagini che violentano la nostra corteccia visiva sui social. Riflettiamo un istante. Ogni giorno subiamo l’investimento di flussi visivi che feriscono i nostri recettori sensoriali.

I media digitali, la televisione, i feed dei social network ci inondano di informazioni e, in questo fango digitale, le immagini sono le scariche più violente. Siete d’accordo con me? Passiamo ore davanti agli schermi, con i livelli di cortisolo alle stelle, ipnotizzati da programmi spazzatura che addormentano i problemi della nostra esistenza. Rimaniamo in piedi, ammassati in metropolitana o sui bus, in equilibrio precario sia fisico che mentale, catturati da un flusso continuo, inarrestabile e tossico. Fermiamoci. Vi chiedo un piccolo atto di coraggio: mettete lo smartphone in tasca, liberate le sinapsi e procediamo.

Tra neuroestetica e filosofia della decostruzione

Non sono certo queste immagini contemporanee, queste scariche digitali, ad attivare la nostra visione evocativa. Quella dinamica profonda che, come ci insegna la neuroestetica, ha il potere di curare le nostre ferite interiori riequilibrando la chimica cerebrale. Lo sappiamo già! Quindi, per disinnescare la violenza prodotta nel nostro sguardo da fotogrammi frenetici e contenuti social, evochiamo e chiediamo aiuto al filosofo francese Jean-Luc Nancy, un mio insostituibile maestro di percorso.

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Nel suo saggio intitolato Immagini e violenza, Nancy affronta proprio questo nodo contemporaneo e urgente. Ma attenzione: il filosofo non si lascia tentare da una sterile predica moralista contro la televisione o gli schermi dei social. No. Con la precisione di un chirurgo della mente, analizza la natura biologica di questi media e l’impatto profondo che provocano nel nostro sistema nervoso. Fate silenzio. Ascoltiamo la sua teoria.

Immagine e violenza secondo Jean-Luc Nancy

Nancy è convinto di un fatto radicale: ogni immagine, per sua stessa natura, compie già una piccola violenza sulla nostra retina. Pensateci. Quando osserviamo uno scatto fotografico, un selfie frettoloso, una foto rubata da qualcuno per strada, stiamo compiendo un sequestro visivo. Strappiamo un pezzo di carne dal flusso naturale della realtà, lo isoliamo, lo blocchiamo e lo mettiamo in mostra, senza considerare il destino di quel frammento di vita. Questa traccia visiva che pubblichiamo si trasforma in un proiettile: colpisce lo sguardo di chi la incrocia, si impone alla sua attenzione e non chiede il permesso per farlo. Secondo Nancy, è proprio in questa frazione di secondo che si manifesta l’aggressività intrinseca dell’immagine e di ogni forma di rappresentazione visiva. Vero. Ammettetelo, vi è successo anche oggi.

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La pornografia della violenza visiva

Il filosofo prosegue nella sua dissezione e compie un passo avanti: non colpevolizza la quantità industriale di stimoli che ingeriamo ogni giorno, ma il modo in cui ci vengono somministrati. Secondo Nancy, sono due i canali biologici attraverso cui i media ci propongono il visibile nella quotidianità. Il primo è quello che lui battezza l’immagine-spettacolo. La pura pornografia della violenza visiva. I media, il cinema d’azione, quei video ipnotici confezionati al millisecondo per catturare nei primi tre fotogrammi lo sguardo indifeso di chi naviga. Il risultato? Anestetizzano il sistema nervoso dello spettatore. A lungo andare, quella scarica continua ci rende del tutto indifferenti al dolore degli altri e alle tragedie della natura. Una saturazione dei recettori dell’empatia. Il secondo tipo di traccia visiva, invece, è l’immagine-documento. Quella che non vuole intrattenere, ma testimoniare un fatto nudo.

La nudità della Maddalena, un esempio di violenza dell’immagine

Passiamo adesso alle grandi opere d’arte e a un tema religioso che mi ha sempre creato una sottile alterazione del battito, un certo fastidio. E a voi? Parlo dell’iconografia della Maddalena nel deserto o nella grotta. Quella figura che la storia della pittura ci restituisce costantemente nuda, schermata a fatica solo dai suoi lunghi capelli, colta in un momento di penitenza estrema, qualche volta di estasi, spesso di pura umiliazione emotiva. Ci siamo. Sento che il vostro sospetto sta vibrando sulla stessa frequenza del mio. Vi trovate davanti all’immagine di una donna colpita nel profondo del suo sistema nervoso, che ha perso l’oggetto del suo amore e che sta espiando sulla propria pelle una colpa che le è stata cucita addosso dalla teologia ufficiale. I dipinti che mettono in mostra la Maddalena nuda nel deserto mi hanno sempre attivato un dubbio: che si tratti di un sottile, millenario tentativo di spettacolarizzazione? Di un voyeurismo travestito da devozione? Siete d’accordo con me?

Matteo Loves (Colonia ? - ante novembre 1647, Maddalena in contemplazione del crocefisso, 1630 circa, olio su tela, 84,5 x 111 cm, Fondazione Cavallini Sgarbi
Matteo Loves (Colonia ? – ante novembre 1647, Maddalena in contemplazione del crocefisso, 1630 circa, olio su tela, 84,5 x 111 cm, Fondazione Cavallini Sgarbi

Il paesaggio che isola e separa la Maddalena dal mondo

Procediamo in questo corpo a corpo con la tela. La figura di una donna religiosamente nuda e vulnerabile, sebbene giustificata dalla dottrina, cammina sempre sul filo del rasoio di una connotazione erotica. Nel peggiore dei casi, ammettiamolo, si rivela per ciò che è: una rappresentazione sessista del corpo femminile, ridotto a puro oggetto di possesso e gratificazione visiva. Ma qui interviene la scure di Jean-Luc Nancy. Nel suo saggio Immagini e violenza, il filosofo espone un’idea chirurgica: l’immagine è un abuso perché sequestra un frammento di mondo e lo espone forzatamente ai nostri recettori retinici.

Davanti al quadro non siamo di fronte a uno scatto istantaneo, ma alla scelta anatomica e consapevole del pittore, d’accordo con il suo committente. E qui Nancy ci apre gli occhi: nel caso della Maddalena nel deserto, la prima violenza risiede proprio nel paesaggio. Nella grotta. Nel deserto. Luoghi che non sono uno sfondo decorativo, ma lo spazio della massima separazione. Quell’isolamento radicale che il filosofo chiama il “distinto”. Grazie, Nancy. Ci hai appena regalato la chiave per scardinare la cornice.

Francesco Hayez, La Maddalena. Maria Maddalena, ante 1833, olio su tela, 118 x 149,5 cm. Milano, GAM, Galleria d'Arte Moderna
Francesco Hayez, La Maddalena. Maria Maddalena, ante 1833, olio su tela, 118 x 149,5 cm. Milano, GAM, Galleria d’Arte Moderna

Imparare a vedere oltre il filtro della tradizione

Come facciamo, quindi, a capire se un dipinto o una scultura che ritrae la Maddalena nuda nel deserto sia un’immagine di pura violenza pornografica o di onesta testimonianza? La risposta è scritta nelle vostre reazioni bio-visive. Se l’immagine si riduce a uno spettacolo voyeuristico, a un nudo erotico travestito da santità, allora non c’è nient’altro da estrarre: giriamo i tacchi e passiamo oltre. Giusto? Se, invece, quel corpo ferito e indifeso colpisce la nostra retina, manda in corto circuito i pensieri e ci scarica addosso il peso della fragilità umana, allora cambia tutto.

Fermiamoci. Quando l’opera vi costringe a fare i conti con la sacralità di una condizione biologica ed esistenziale che non può essere posseduta, consumata o congedata con uno sguardo superficiale, ma che chiede solo di essere osservata a distanza, in quel preciso istante siete davanti a un capolavoro. Avete attivato la visione evocativa. Avete smesso di guardare e avete iniziato a vedere.

Bibliografia

  • Jean-Luc Nancy, Corpus, Paris, Métailié, 1992; Antonella Moscati (traduttrice), Corpus, Cronopio, Napoli 1995
  • Jean-Luc Nancy, Tre saggi sull’immagine, trad. it. di Antonella Moscati, Cronopio, Napoli 2002; 2007, ISBN-10 8889446315 ISBN-13 978-8889446317
  • Jean-Luc Nancy, Le regard du portrait, Paris, Galilée, 2000; Raoul Kirchmayr (traduttore) Il ritratto e il suo sguardo, Raffaello Cortina, Milano 2000; 2002. ISBN-10 8870787389 ISBN-13 978-8870787382
  • Jean-Luc Nancy, La pelle delle immagini (con Federico Ferrari), Bollati Boringhieri, Torino 2003, ISBN 8833914488, 9788833914480
  • Jean-Luc Nancy, Noli Me Tangere. Essai Sur La Levee Du Corps, Bayard, 2003; Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo, F. Brisochi (Traduttore), Bollati Boringhieri, Torino 2005
  • Jean-Luc Nancy, Le corp de l’art; Il corpo dell’arte, Mimesis Edizioni, 2014, ISBN-10 8857525058 ISBN-13 978-8857525051
  • Edmondo Lupieri (a cura di), Una sposa per Gesù. Maria Maddalena tra antichità e postmoderno, Carocci, 2019, ISBN-10 8843095064 ISBN-13 978-8843095063
  • Edmondo Lupieri (a cura di),Edmondo Lupieri (a cura di), I mille volti della Maddalena. Saggi e studi, Carocci, 2020, 10 8829000094 ISBN-13 978-8829000098
  • Paola Springhetti, Maria Maddalena nell’arte, AVE Collana: Imago, 2026, EAN: 9788832715330
  • Adriana Valerio, Maria Maddalena. Equivoci, storie, rappresentazioni, Il Mulino, 2020, ISBN-10 8815286675 ISBN-13 978-8815286673

I riferimenti ad autori e alle teorie che utilizzo nella visione evocativa di un’opera d’arte sono molti e sono attribuiti con gratitudine nella copiosa bibliografia che trovi su questa pagina: la visione evocativa dell’opera d’arte.

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