Il Prigione di Adolfo Wildt

Il Prigione di Adolfo Wildt risale al 1915 e in occasione della prima sua esposizione sollevò critiche negative a causa della particolare deformazione assunta dal volto di marmo.

Adolfo Wildt, Il Prigione, 1915, marmo, 70 x 57 cm. Padova, Collezione Diego Gomiero

Indice

Descrizione del Prigione di Adolfo Wildt

La firma scolpita ne Il Prigione di Adolfo Wildt
La firma scolpita ne Il Prigione di Adolfo Wildt

Il busto rappresenta un prigioniero legato che mostra sul viso una drammatica maschera di sofferenza. La scultura riporta l’iscrizione e la firma in oro sul lato sinistro, IL PRIGIONE A.WILDT.

Wildt iniziò la sua ricerca di una deformazione espressionistica realizzando la scultura intitolata La Maschera del Dolore. Nel Prigione si riconoscono inoltre riferimenti all’arte del Rinascimento del nord italia e a Michelangelo. Nella tradizione artistica la stessa corda dettagliata e robusta si osserva nella statua ellenistica il Galata morente e nel rinascimentale Cristo alla colonna del Bramante. Wildt utilizzò poi lo stesso elemento nell’erma di Cesare Battisti scolpita per il Monumento alla Vittoria di Bolzano.

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I committenti, le collezioni, la storia espositiva e la collocazione

Wildt realizzò Il Prigione per metterla in mostra alla personale organizzata presso la Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma nel 1915. Il Prigione fu l’unica scultura a non essere destinata a Dölhau, di proprietà di Franz Rose, il primo committente di Wildt. Le impressioni della critica furono negative e Wildt fu accusato di mancanza di originalità.

Lo scultore espose l’opera nel 1919 alla Galleria Pesaro di Milano, sede del Novecentismo. Il pittore Anselmo Bucci, promotore del Gruppo Novecento, celebrò con termini poetici la statua che forse gli ricordava la sua esperienza di soldato durante la Prima Guerra Mondiale. Nello stesso ambito culturale la scultura ottenne critiche migliori come quella di Ugo Bernasconi artista che prese parte alle mostre di Novecento del 1926 e del 1929.

L’artista e la società. La storia dell’opera Il Prigione di Adolfo Wildt

Adolfo Wildt, in una cartolina inviata a Giovanni Scheiwiller, scrisse di aver terminato la scultura indicata come “Prigione” il 20 gennaio 1915. Inoltre sempre secondo la testimonianza di Wildt la prima a sperimentare il senso di inquietudine derivante dalla scultura fu per prima la figlia Artemia.

Lo scultore scolpì diverse versioni dell’opera. Ernst Rose fu il primo destinatario del Prigione di Adolfo Wildt. Fu però Venturo Zanotti, nel 1917, ad acquistare la scultura. Gli eredi invece possedevano un’altra versione dell’opera. Raffaello Giolli ricevette in dono una versione in gesso dipinta in oro.

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Lo stile de Il Prigione di Adolfo Wildt

Adolfo Wildt fu allievo dello scultore scapigliato Giuseppe Grandi. Wildt però elaborò un linguaggio diverso che unisce l’idealizzazione dei classici con la linearità elegante della Secessione viennese. Inoltre le sue figure presentano una spiccata espressività e spesso richiamano le atmosfere spirituali del Simbolismo.

La scultura di Wildt è un bassorilievo in marmo di circa 70 x 57 cm.

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Bibliografia

  • Ophélier Ferlier, Beatrice Avanzi, Fernando Mazzocca, Adolfo Wildt (1868-1931). L’ultimo simbolista, Skira, 2015, EAN: 9788857230924

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La data dell’ultimo aggiornamento della scheda è: 11 febbraio 2021.

Approfondisci la lettura consultando le schede delle altre opere di Adolfo Wildt intitolate:

Leggi La vita e tutte le opere di Adolfo Wildt

Consulta la pagina dedicata alla scultura di Adolfo Wildt, Il Prigione, sul sito della Galleria Daniela Balzaretti di Milano.

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