Il cervello predittivo di Andy Clark è una teoria che ci permette di superare i limiti biologici della nostra esperienza quotidiana della realtà. di Marco Rabino
Il ricercatore cognitivo Andy Clark ha elaborato il concetto di cervello predittivo nel suo testo intitolato The Experience Machine, del 2023. Si tratta quindi di una intuizione recente, che però si basa su attente riflessioni sulle teorie della tradizione scientifica. Clark è considerato infatti il massimo divulgatore del paradigma del Predictive Processing (Elaborazione Predittiva) che mette in crisi la vecchia idea di percezione. Secondo il modello superato dalle idee di Andy Clark, l’occhio vede il mondo, manda i dati al cervello, il cervello elabora l’immagine.
Il cervello produce un’allucinazione controllata
Secondo la nuova teoria, il cervello è chiuso nel buio del cranio e non ha accesso diretto al mondo. Si comporta come una macchina predittiva che anticipa costantemente la realtà attraverso l’elaborazione di modelli. Quindi in cervello non riceve passivamente gli stimoli sensoriali dal suo esterno fisico, il limite della pelle del cranio, ma genera costantemente ipotesi su ciò che sta per accadere. Andy Clark definisce questo fenomeno come allucinazione controllata, generata attraverso la proiezione di aspettative dall’alto verso il basso (Top-Down). La teoria di Andy Clark non è di facile comprensione se non per coloro che conoscono bene le teorie cognitive e il dibattito che le anima.
L’errore di predizione crea rettifica della nostra idea di realtà
Possiamo quindi immaginare che ciò che noi chiamiamo “realtà” è in verità il risultato dell’interazione tra le aspettative generate dal cervello (Il cervello predittivo) e le correzioni apportate dai dati sensoriali reali, quando verificano nella realtà queste predizioni.
Di conseguenza ci viene da pensare che noi non vediamo il mondo come è. Nella nostra mente abbiamo accesso alle nostre previsioni sul mondo. I sensi (vista, udito, tatto) servono quindi solo a registrare l’errore di predizione (prediction error): esite uno scarto tra ciò che il cervello si aspettava e ciò che effettivamente accade. Preso atto di questo, attraverso la percezione dei sensi, il cervello aggiorna il suo modello interno (Bottom-Up). Tieni conto che per Up o Top, Clark intende la funzione celebrale. Invece per Bottom e Down il livello sensoriale che incontra la fisicità della materia.
La mente estesa e il cervello predittivo
Il concetto di cervello predittivo si accorda quindi con la teoria della mente estesa, già elaborata da Clark sul finire degli anni Novanta del Novecento. La mente non è confinata nel buio del cranio, è il cervello ad essere al buio. La mente si estende al di fuori, attraverso gli strumenti fisici e concettuali che utilizziamo per supportare il suo funzionamento. Se vuoi comprendere meglio il concetto di mente estesa consulta il mio articolo: La mente estesa di Andy Clark, l’artista ragiona sulla tela.
Il cervello predittivo e l’osservazione dell’opera d’arte
Cerchiamo, quindi, di capire come ci può aiutare la teoria del cervello predittivo di Andy Clark nel campo della visione evocativa dell’opera d’arte. Proviamo a unire la teoria della mente estesa a quella del cervello predittivo. Quotidianamente, la nostra “allucinazione controllata“, gli schemi percettivi con i quali osserviamo la realtà, è pigra ed economica. Quando ci troviamo di fronte ad un oggetto, applichiamo lo schema che prevediamo spiegare quell’oggetto e attiviamo le esperienze collegate. I ricercatori, da tempo, ci dicono che questo meccanismo è funzionale e utile alla nostra vita, perché ci permette di agire in automatico, rispondere velocemente e risparmiare energie.
Il Cadeau di Man Ray
Vedo un oggetto di metallo di una certa forma e con una impugnatura. Il mio cervello predice che sia un ferro da stiro. Lo posso utilizzare per stirarmi in tutta sicurezza una camicia. Se l’oggetto, quando premo il pulsante per emettere vapore, invece, dispensa coriandoli, il mio cervello deve attivare più energie e anche velocemente, per rettificare la sua predizione, pena un danno o un pericolo. La situazione ci spiazza, ci disorienta.

L’opera d’arte rompe questo automatismo. Il ferro da stiro di Man Ray ricorda la forma dello strumento, un tempo, utile a stirare una camicia. Si trova nella posizione di appoggio ma ha una serie di elementi estranei alla sua funzione: lunghi chiodi saldati alla piastra. Il nostro modello predittivo, economicamente e alla prima occhiata, riconosce il ferro da stiro. I sensi ci restituiscono però la geometria deformata: la realtà sembra impazzita, sta somministrando allo spettatore una dose massiccia di errore di predizione.
Magia o Arte contemporanea?
Il tempo domestico, quotidiano si ferma, la nostra allucinazione controllata non funziona. Così il cervello deve rettificare la sua predizione attivando una grande quantità di energie, attingendo dalla sua esperienza. Quando anche questa rettifica non soddisfa i presupposti di realtà del cervello, allora possiamo scegliere cosa predire. A questo punto, il cervello fa appello al sistema culturale che gli fornisce le chiavi di spiegazione della realtà. Se siamo immersi in una cultura magico-religiosa, considereremo il ferro di Man Ray un oggetto magico. Se siamo amanti dell’arte contemporanea, e viviamo negli anni Venti del Novecento, lo considereremo, visto il contesto in cui è esposto, una provocazione artistica.
L’arte è un dispositivo di hacking del cervello predittivo.
Opere d’arte come quella di Man Ray, e altre del nostro contemporaneo, costringono la macchina predittiva dello spettatore a incepparsi, anche se siamo osservatori smaliziati della realtà artistica. L’opera d’arte autentica, anche quella del passato, frantuma il guscio della nostra percezione quotidiana e costringe il cervello a riconfigurare il suo modello interno del mondo. Il lavoro di grandi artisti è proprio questo anche oggi: creano strani strumenti (Alva Noë, 2015), che ci disorientano, inceppano la nostra predizione quotidiana e ci chiedono di riorganizzare la nostra visione della realtà.
L’ipotesi di una rettifica che cura il nostro dolore contemporaneo
Voglio però andare oltre. Da quando ho letto il testo dello psicologo svizzero Alain de Botton ho imparato a valutare nella mia visione evocativa di un’opera d’arte anche un aspetto terapeutico. Curare le ferite esistenziali che ci portiamo dentro significa anche questo: usare l’impalcatura esterna del quadro (inteso come Scaffolding cognitivo) per resettare le previsioni dolorose della mente. Spesso la nostra anima soffre per bios prodotti da convenzioni e abitudini malsane. Ecco che la visione evocativa di un’opera d’arte può portarci a riconsiderare queste convenzioni e a superarle, sostituendole con nuove esperienze interiori.
Se vuoi approfondire la visione evocativa di altre opere d’arte vai alla sezione: Visione evocativa
Bibliografia
- Alain de Botton, John Armstrong, Art as therapy, 2013; L’arte come terapia. The school of life, Guanda, 2013, ISBN-10:8823506360 ISBN-13:978-8823506367
- Andy Clark, David Chalmers, La teoria della Mente Estesa (The Extended Mind) (1998)
- Andy Clark, (Natural-Born Cyborgs) (2003)
- Andy Clark, Surfing Uncertainty (2015)
- Andy Clark, The Experience Machine (2023)
- John Dewey, Experience and Nature, 1925; Esperienza e natura, Torino, Paravia, 1948; Milano, Mursia, 1990; Giovanni Matteucci (Traduttore), Esperienza e natura, Einaudi, 2026, ISBN-10 8806265415 ISBN-13 978-8806265410
- John Dewey, Art as Experience, 1934; Giovanni Matteucci (Curatore), L’arte come esperienza, Aesthetica, 2020, ISBN-10 887726103X ISBN-13 978-8877261038
- Alva Noë, Action in Perception, 2004
- Alva Noë, Out of Our Heads, 2009, (Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza), S. Zipoli Caiani (Traduttore), Raffaello Cortina Editore, 2010, ISBN-10 8860303451 ISBN-13 978-8860303455
- Alva Noë, Strange Tools: Art and Human Nature, 2015; Strani strumenti. L’arte e la natura umana, Einaudi, 2022
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