Il Canto d’amore di Giorgio de Chirico

Piazze deserte e oggetti decontestualizzati, enormi e presi in prestito dall’antichità classica. Il Canto d’amore di Giorgio de Chirico propose una nuova poetica dello spazio recuperando l’immobilità e la tradizione.

Giorgio De Chirico, Il canto d’amore, 1914, olio su tela, cm 73 X 59. New York, Moma

Dietro allo spazio metafisico della piazza transita un treno a vapore

Le esperienze delle avanguardie artistiche cominciarono ad esaurirsi alle soglie della prima guerra mondiale. Uno degli artisti italiani che propose una nuova poetica per ripartire con nuovo entusiasmo fu Giorgio De Chirico. L’artista si pose, da subito, in contrasto con le idee dei futuristi. De Chirico, infatti, riabilitò la tradizione classica e il valore delle opere custodite nei musei. Riprese ad utilizzare la prospettiva geometrica per costruire lo spazio e, infine, creò figure immobili e senza tempo.

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Dal 1913 De Chirico rappresentò scenari architettonici deserti e affollati di oggetti dal valore simbolico. Nel dipinto Il Canto d’amore il calco classico dell’Apollo del Belvedere è appeso alla parete esterna di un grande edificio. Accanto ad esso, a destra, un chiodo fissa alla muratura un enorme guanto di plastica. Sul piano stradale una grande palla è immobile in primo piano. A destra un tratto di colonnato si sviluppa in altezza con murature vuote. A sinistra, infine, dietro ad un muretto a mattoni transita un treno sbuffante vapore.

Lo stile. Recupero della classicità e spazi deserti

Il tratto più evidente e caratteristico della pittura metafisica, e del dipinto Il Canto d’amore, è il riferimento all’antichità classica. In questo caso è evidente nella riproduzione del calco dell’Apollo del Belvedere. Non vi sono personaggi riconoscibili e figure umane. Nel dipinto, così, non vi è nessun riferimento alla vita. Le figure e le architetture sono dipinte con un modellato che recupera le tecniche rinascimentali. Le architetture vengono definite con campiture geometriche e regolari. Gli oggetti sono modellati con il chiaroscuro e una materia pittorica non eccessivamente amalgamata. In seguito la Metafisica sarà anche sviluppata da Carlo Carrà.

Il colore, la luce e l’illuminazione

Il guanto arancione è immediatamente visibile grazie alla saturazione del colore. Si staglia contro il marrone dell’edificio ed è in contrasto complementare con l’azzurro del cielo e il blu della strada. Il calco, invece, si evidenzia nettamente dal resto del dipinto per contrasto di chiarezza. È infatti l’elemento più chiaro e luminoso di tutta la composizione. Nel complesso il dipinto è giocato su un contrasto di complementari, non eccessivamente saturi. Infatti il marrone degli edifici e del muretto risulta complementare al blu spento della strada e all’azzurro del cielo. Il treno è in controluce e si staglia nettamente contro un debole bagliore all’orizzonte. L’illuminazione proviene da destra e crea ombre lunghe e nette che assumono un valore narrativo.

Lo spazio, la composizione e l’inquadratura

Nel dipinto è rappresentata una piazza con alcuni edifici che si affacciano su di essa. De Chirico recupera lo spazio geometrico e rappresenta le architetture con fughe lineari verso il basso. Contribuiscono a creare questa tridimensionalità gli edifici di destra, mentre quello al centro è rappresentato frontalmente. Il resto dello spazio è creato attraverso la sovrapposizione e la prospettiva di grandezza. Le ombre, con la loro linearità netta, che si staglia sul suolo, crea una sorta di linearità geometrica che descrive, ugualmente, la dimensione spaziale. La composizione è centrale e ricalca le regole della pittura tradizionale. L’inquadratura comprende centralmente gli oggetti, il calco, il guanto e la palla in basso racchiudendoli all’interno di una cornice rettangolare.

Consulta la pagina dedicata al dipinto di Giorgio De Chirico, Il Canto d’amore, sul sito del Moma di New York