Il ricordo di Natalina: l’arte che suda a trenta metri sottoterra di Marco Rabino

Il ricordo di Natalina giovane canavesana morta dopo le torture nel campo di concentramento di Ravensbrück è una mostra di attualità.

di Marco Rabino

A forza di analizzare i capolavori appesi nei musei asettici di mezzo mondo, si rischia di perdere il contatto con le proprie radici. Si diventa freddi custodi di forme. Poi, una sera, un messaggio sul telefono squarcia la distanza. Mia zia, anziana, mi scrive con le dita che tremano di dolore e apprensione: ha scoperto sui social che un romanzo ha appena tirato fuori dall’oblio la storia di sua prozia, Natalina, mia parente. Una ragazza deportata a diciassette anni nei lager nazisti e morta a venti dopo essere passata attraverso l’inferno. In quel momento, la mia intera architettura di critico d’arte è crollata. Mi sono trovato davanti al dilemma eterno che stringe ogni famiglia custode di un dramma: l’urgenza di riscoprire la memoria e il terrore di violare il silenzio sacrale che la vittima si è portata nella tomba.

Il velo ormai era strappato, il silenzio violato. Ho dovuto scegliere da che parte stare: se subire la narrazione altrui o svelare il racconto custodito nel sangue della mia famiglia. Oggi, la memoria della deportazione è diventata un’industria. Un’occasione di propaganda politica, un pretesto ideologico o, peggio, un armamentario celebrativo che le istituzioni rispolverano una volta all’anno, puntuali, per la Giornata della Memoria. Nelle scuole si proiettano sempre i soliti film, standardizzando il dolore europeo nel monopolio di un unico racconto collettivo. Così facendo, il sistema ha raggelato la storia, cancellando il ricordo di migliaia di altri deportati — per motivi politici, etnici, o per una semplice delazione di vicinato — che hanno consumato le loro vite nei campi. Vi vendono il ricordo preconfezionato, privo di spigoli, per farvi sentire la coscienza pulita.

Chi di voi ha una cicatrice profonda sul corpo sa che la storia non è fatta di date, ma di carne. Natalina Monteu Saulat fu arrestata nel 1944 a Pont Canavese. Unica donna tra ottanta uomini. Ha conosciuto il cemento del carcere di Cuorgnè, le celle delle Nuove di Torino, il fango di Bolzano e infine l’orrore di Ravensbrück. L’unico dettaglio che è filtrato attraverso i decenni, l’unico che la mia famiglia ha osato tramandare, è che Natalina tornò a casa con il ventre devastato dalle cicatrici. Violenze camuffate da ricerca medica. Non si riprese mai. Morì il 13 agosto del 1947, a vent’anni, spirando in casa davanti agli occhi di suo padre Domenico.

Per sottrarre questa carne al mercato delle commemorazioni patinate, insieme all’artista Roberta Toscano abbiamo fatto una scelta radicale: abbiamo preso le opere d’arte e le abbiamo portate a trenta metri di profondità, giù per i gradini umidi e antichi del rifugio antiaereo di Piazza Risorgimento a Torino. Una mostra nata dal basso, senza un euro di budget. Roberta ha guidato gli artisti con una sensibilità feroce, spendendosi fino all’esaurimento delle forze. Mentre l’amico Giorgio Peyron spaccava la schiena per trasportare le installazioni in quella discesa agli inferi insieme agli artisti, e Gianni de Pasquale univa il suo sudore a quello degli altri, ho capito che stavamo celebrando una liturgia laica. La fatica fisica, l’aria fredda del bunker e il sudore di chi ha allestito non erano logistica: erano parte integrante dell’opera. Erano l’unico modo per sacralizzare il dolore di Natalina.

Siamo rimasti deliberatamente lontani dall’arte-spettacolo e dalle mostre immersive per masse distratte. Chi è sceso nel bunker di Piazza Risorgimento non ha trovato allestimenti glamour o splendidi sfondi retroilluminati per i propri selfie culturali. Ha trovato il buio, l’umidità e la frizione con una tragedia di genere, di storia e di attualità che costringe a guardarsi dentro. Gli amministratori e il pubblico di qualità lo hanno capito. E voi? La prossima volta che staccherete un biglietto per una mostra alla moda, chiedetevi cosa state cercando. Siete lì per collezionare un’esperienza estetica rassicurante da esibire sui vostri profili, o avete ancora il coraggio di scendere trenta metri sottoterra per incontrare una ferita che vi faccia sentire dolorosamente vivi?

Natalina Monteu Saulat
Natalina Monteu Saulat

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