La visione evocativa dell’opera d’arte

La visione evocativa dell’opera d’arte opera sulla nostra memoria, fissando l’essenza di un’esperienza passata o di importanti ricordi emotivi.

L’arte è viva (ancora)?

Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna
Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna

Dopo aver analizzato migliaia di opere d’arte e averle pubblicate sulle pagine di ADO ARTE, ho cambiato prospettiva. O meglio, ho ampliato le mie riflessioni. In questi anni, le schede di ADO ARTE sono state consultate decine di milioni di volte e questo mi fa pensare che esista, da parte del popolo della rete, un gran bisogno di comprensione e di fruizione dell’opera d’arte. Questa necessità la metto in relazione con il fatto che le mostre di grandi artisti del passato registrano un successo sempre crescente, ma il pubblico è spesso disorientato e carente di strumenti interpretativi di fronte a tanta offerta.

Alcuni eminenti autori e storici dell’arte sostengono il concetto di “arte viva“. Sostengono con decisione che l’opera d’arte non è un oggetto d’arredamento o una semplice decorazione. Non è nemmeno un testo visivo che si può ridurre a una descrizione testuale tecnica o storica. L’opera d’arte è un meccanismo visivo in grado di entrare in connessione con noi offrendoci una diversa conoscenza di noi stessi. Inoltre può diventare un dispositivo di cura dei nostri malesseri e renderci consapevoli dei fenomeni sociali nei quali siamo immersi. Può tornare ad essere, come è stata per millenni, il simbolo della spiritualità interiore che prima o poi ci coglie nel nostro percorso esistenziale.

L’osservazione superficiale uccide l’opera d’arte

San Girolamo ammalato si vede fustigato davanti a Cristo del Maestro dei Gesuati
San Girolamo ammalato si vede fustigato davanti a Cristo del Maestro dei Gesuati

Paradossalmente, la fruizione di un’opera d’arte non è stata mai così superficiale. Flussi di decine di migliaia di visitatori affollano musei e luoghi d’arte e garantiscono successi economici ai loro direttori. Però la visione della singola opera d’arte si è impoverita, sul modello del turismo occasionale, mordi e fuggi. Secondo recenti ricerche, mediamente, il visitatore di un museo, dedica alla singola opera d’arte qualche secondo. Questa superficiale osservazione non permette di stabilire una connessione con l’opera e l’esperienza rimane superficiale. L’opera rimane nel suo limbo espositivo, e si confonde con migliaia di altri stimoli visivi. L’arte stà morendo. I musei diventano cimiteri di opere agonizzanti.

Contribuit: James Elkins (Pictures and Tears)

James Elkins nel suo testo Pictures and Tears indaga il motivo per cui le persone piangono (o non piangono più) davanti ai dipinti. Si sposa bene con la tua critica alla “fruizione superficiale” dei musei e supporta la tua ricerca di una connessione emotiva profonda e “ineffabile”.

Contributi: Gabriella Gilli e Francesca Rozzi

Alcuni studiosi, come Gabriella Gilli e Francesca Rozzi, propongono l’allestimento di musei che non si limitano a esporre oggetti, ma mediano attivamente tra l’artista, l’opera e il fruitore. Questa interazione permette l’insorgenza del flow o “esperienza ottimale“. Il flow è uno stato di coscienza in cui il soggetto è completamente assorbito nell’attività di fruizione, perdendo la cognizione del tempo e provando un profondo senso di gratificazione e interattività.

Far risorgere l’opera d’arte

Madonna Solly di Raffaello
Madonna Solly di Raffaello

Si moltiplicano così le occasioni per ammirare le grandi opere d’arte, ma nonostante questo le opere rimangono in uno stato di quiescenza. L’arte non è mai stata così ad un passo dalla morte. La mia missione, quindi, ora è diventata quella riportare alla vita l’opera d’arte attraverso la sua visione evocativa e personale. Se tutti noi, quando ci rechiamo in un museo, osserviamo un murales o visitiamo una grande chiesa, mettiamo in pratica questa visione evocativa, faremo risorgere l’opera che vivrà dentro di noi e in tutti noi.

Sarà questo riportarla alla vita che la trasformerà in un dispositivo psicologico e spirituale che ci aiuterà a cambiare noi stessi e a migliorare le nostre relazioni e il nostro mondo. L’opera infatti è un complesso codice, che proviene dal passato, di attivazione della nostra psiche e della nostra sensibilità emotiva. Per recepire questo codice, però è necessario attivare quella visione evocativa che ci permette di entrare in vibrazione con l’opera e stabilire quella connnessione che innesca il processo di flow esistenziale.

Cristo alla colonna di Antonello da Messina, Parigi
Cristo alla colonna di Antonello da Messina, Parigi

Ho deciso di iniziare da opere non particolarmente famose e note. Infatti, la visione evocativa che vi propongo necessita di una certa pratica e una delle condizioni essenziali per attivarla è quella di fare il vuoto dentro di noi. Per questo, le opere più note e conosciute al mondo, sono anche quelle che hanno maturato un gran numero di studi, riflessioni e interpretazioni. Invece, al contrario, opere poco note sono prive di una narrazione tecnica e specialistica e quindi si offrono con maggiore purezza alla nostra visione evocativa e alla conseguente connessione empatica e spirituale.

Contributi: Aby Warburg e il concetto di Nachleben (Sopravvivenza)

Warburg parlava della “vita postuma” delle immagini. Le opere del passato non sono morte, ma contengono cariche energetiche (formule di pathos) che possono “riattivarsi” nel presente attraverso lo sguardo dell’osservatore.

L’esperienza evocativa per una vitale esperienza dell’opera d’arte

La Conversione di San Paolo della Cappella Cerasi, nella Chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma
La Conversione di San Paolo della Cappella Cerasi, nella Chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma

Prima di affrontare l’analisi di una qualsiasi opera d’arte, ti propongo un’esperienza puramente evocativa. Lasciamo da parte, per ora, l’analisi tecnica e storica per rompere la superficie della nostra visione passiva. L’analisi è una operazione fondamentale e necessaria per conoscere intellettualmente un dipinto o una scultura. Inoltre ci permette di approcciarla senza pregiudizi o condizionamenti emotivi. Però, al fine di fare nostra un’opera d’arte e creare con essa un legame emotivo, che ci permetterà di attualizzarla e ottenere un beneficio psicologico, occorre una fruizione evocativa.

Contributi: Maurice Merleau-Ponty (L’occhio e lo spirito)

È l’autore fondamentale per approfondire l’idea che il pittore “presta il suo corpo al mondo”. Merleau-Ponty sostiene che la visione non è un’operazione del pensiero, ma un’immersione del corpo nel mondo. Questo rafforzerebbe la tua tesi sull’arte come “evento trasformativo”.

L’opera d’arte è un organismo vitale

La conversione della Maddalena di Artemisia Gentileschi
La conversione della Maddalena di Artemisia Gentileschi

Così, spostiamo il fulcro dell’analisi dalla struttura intrinseca dell’opera al processo dinamico e vitale che si instaura nel momento dell’incontro con il tuo sguardo. In questa prospettiva, lasciamo da parte l’idea dell’opera d’arte come un deposito statico di significati semiotici o un documento di storia della tecnica. Consideriamola invece un dispositivo preordinato, un organismo vitale atto a scatenare una serie complessa di processi cognitivi, emotivi e motori nell’osservatore. Solo in questo modo, la sua fruizione diventa un evento trasformativo che coinvolge la totalità dell’essere umano.

Contributi: John Dewey (Art as Experience)

Dewey sostiene che l’arte non risiede nell’oggetto fisico (il “prodotto”), ma nell’esperienza che avviene tra l’individuo e l’opera. Questo sosterrebbe direttamente la tua idea di spostare il fulcro dall’analisi intrinseca al “processo dinamico e vitale” dell’incontro.

Il coinvolgimento intimo e profondo con l’osservatore

Bottega del Macellaio o Grande Macelleria di Annibale Carracci
Bottega del Macellaio o Grande Macelleria di Annibale Carracci

L’esperienza estetica non è dunque un processo puramente visivo, ma un coinvolgimento intercorporeo. Quando siamo di fronte a un dipinto e osserviamo i segni vigorosi di una pennellata sulla tela o le tracce del gesto creativo in una scultura, il nostro sistema motorio simula implicitamente i gesti compiuti dall’artista per produrre quegli stessi segni. Questo meccanismo genera una forma di empatia fisica che precede ogni interpretazione culturale o storica e che permette di stabilire un intimo legame con l’opera d’arte.

Il viaggio rituale attraverso l’opera

Il mio discorso si propone come un martello che rompe la crosta della visione ordinaria e frettolosa per andare oltre la soglia della superficie dipinta. La mia battaglia personale è quella di combattere l’osservazione veloce e superficiale a favore di un approccio evocativo, almeno in un primo momento. In seguito, quando avrai fatto tua l’opera d’arte e avrai stabilito con essa un legame emotivo, potrai affrontare l’analisi intellettuale e le notizie storiche che la riguardano.

L’eterno presente dell’opera

Quando sei di fronte ad una grande opera, passato e futuro si fondono in un istante. Lascia perdere la storia dell’opera, se vuoi leggila in seguito. Un grande dipinto è qui, ora. Non è un’opera del passato. Sta vivendo adesso attraverso di te. Questo è il grande potere del tuo io segreto: con il tuo sguardo puoi far vivere questa grande opera. Quel movimento che vedi vibrare tra le pennellate è il battito del vostro cuore in questo preciso momento.

Contributi: Vittorio Sgarbi

L’arte non è una cosa morta, ma un essere vivente che ci parla, ci guarda e ci interroga. Il critico è solo colui che presta la voce a chi non può più parlare.” (V. Sgarbi)

Vittorio Sgarbi ha costruito gran parte della sua carriera proprio sulla polemica contro l’arte intesa come “reperto archeologico” o “oggetto morto“, promuovendo invece un incontro fisico, carnale e spirituale con l’opera. Per lui, il critico non deve “spiegare“, ma deve evocare la vita che ancora pulsa nel colore.

La cena di Emmaus di Caravaggio
La cena di Emmaus di Caravaggio

Sgarbi sostiene che l’opera d’arte “accade” nel momento in cui la guardiamo. Non è nel passato, è in un eterno presente. Il critico suggerisce di porsi davanti all’opera senza il filtro delle date o della storia sociale, ma cercando una “corrispondenza dei sensi“. L’opera d’arte è viva quando è “carne che si fa luce” come in Caravaggio che non dipinge santi, dipinge persone di strada che diventano icone senza perdere il loro odore, il loro sudore, la loro presenza fisica.

Devi vivere l’arte attraverso la biografia e l’emozione, vedendo nel pittore un nostro contemporaneo che urla il suo dolore o la sua estasi. L’opera d’arte è un corpo che dorme e che il critico (o lo spettatore consapevole) ha il compito di svegliare. Sgarbi suggerisce di guardare l’arte cercando il “conflitto” tra ombra e luce, poiché è in quel contrasto che si manifesta l’energia vitale (una sorta di teologia catafatica che però sfocia nel misticismo).

L’opera d’arte è viva se è inserita nel suo contesto: una chiesa di campagna, un palazzo, una piazza. Strappata dal suo luogo, l’opera “muore” o diventa un feticcio. Per far vivere l’arte, dobbiamo “viaggiarla“. La vitalità deriva dal legame tra il paesaggio, l’architettura e il dipinto. È un’esperienza immersiva totale.

Pragmatica di una visione evocativa

La stancante visita al museo

Cosa ci rimane della visita, lunga e stancante, di un qualsiasi museo contemporaneo? Solo qualche fotografia ripresa con lo smartphone, qualche cartolina o un gadget acquistato nel negozio del museo. Non creiamo una connessione emotiva con l’opera e la perdiamo subito, anche se leggiamo con attenzione il cartellino e ascoltiamo la descrizione con le cuffie offerte dal museo. Lasciati condurre quindi attraverso una visione evocativa che non richiede competenze specifiche o tecniche. Creerai sicuramente una connessione emotiva con l’opera che ti permetterà, se lo vorrai, di affrontare l’analisi dell’opera con maggiore entusiasmo e ne sarai arricchito anche nello spirito e nella crescita culturale.

Un modello per la nostra visione evocativa: la teologia negativa o Teologia Apofatica

Ho trovato spunti interessanti per impostare un nuovo metodo di osservazione dell’opera d’arte, nei principi della Teologia Apostatica o Teologia Negativa.

Scopriamo la soglia dell’opera durante la visita al museo (Aphairesis)

Trasfigurazione di Cristo di Luca Giordano
Trasfigurazione di Cristo di Luca Giordano

Intanto, procediamo con fare il vuoto dentro di noi. Mettiamo a tacere le tentazioni intellettuali che possediamo sull’opera. Spogliamo la mente dalle immagini finite, frutto delle interpretazioni di storici e critici, per prepararla all’assoluto. Quando ti trovi all’interno di una stanza del museo allestita con diverse opere d’arte, svuota la tua mente. Tieniti lontano dai cartellini, aspetta a leggere le informazioni storiche o le scelte di allestimento. Osserva con mente sgombra le opere che si trovano intorno a te. Sicuramente, ti attirerà l’opera che risuona più in te. Avvicinati e cerca il particolare che senti istintivamente risuonare nella tua emotività. Ecco: questa è la soglia che ti permetterà di connetterti profondamente e profiquamente con l’opera che hai di fronte.

Non basta l’analisi dell’opera (Apophasis)

Evita di descrivere l’opera che hai di fronte con frasi descrittive predeterminate. Evita di pensare: “questo dipinto è un esempio di comunione con la natura“. Pensa che oltre a quello che vedi c’è molto di più, una trascendenza di significati. L’analisi pura di un’opera d’arte è quella che si utilizza da ormai decine di anni nelle nostre scuole. Questo approccio, assolutamente necessario, non permette però di creare un legame con l’opera e sentirla parte della nostra vita. Già Umberto Eco, grande semiologo italiano, affermava che la prima lettura di un qualsiasi testo creativo è quella emotiva. Se così non è, l’opera rimane distante, e dopo averla osservata sulla parete di un museo, la dimentichiamo presto.

Le metafore cosmiche (Via Eminentiae)

Osserva i diversi particolari dell’opera e trasformali in metafore cosmiche: osserva un pastore che torna a casa stanco in un dipinto pastorale, nel suo passo lento, immagina il peso dei secoli che si arrende al silenzio della sera. Nel paesaggio di montagna, immerso nella luce dorata del sole prova a cogliere il respiro di Dio che si fa visibile ai nostri occhi stanchi.

Il silenzio della parola per connetterci profondamente all’opera

Assunzione della Vergine di Annibale Carracci
Assunzione della Vergine di Annibale Carracci

Fermati. Lascia che il rumore delle notifiche, il peso delle scadenze e la frenesia della città restino fuori da questo spazio. In questo istante, la stanza svanisce. Non sei davanti a uno schermo; sei sulla soglia di un mondo dove l’aria è pura e il tempo non ha orologio. Immagina come l’opera d’arte come un oggetto sacro. Quando ci avviciniamo ad essa, la nostra ragione viene “accecata” dalla troppa luce, dal senso dell’opera che immediatamente non comprendiamo.

Per questo per sentirci meno smarriti, e forse per senso di inferiorità, ricorriamo alla descrizione linguistica. L’esperienza della visione artistica, però, è ineffabile, ovvero è impossibile da tradurre in parole. Il linguaggio è una gabbia; il silenzio è l’unico spazio abbastanza grande che ci permette di connetterci con l’opera e creare una connessione profonda. Quello che ci sembra buio (l’incapacità di capire) è in realtà l’eccesso di splendore della verità e del senso dell’opera.

Il silenzio come atto di resistenza politica. In un’era di “notifiche e frenesia” , fare il vuoto dentro di sé per guardare un’opera diventa un gesto sovversivo di riappropriazione del proprio tempo.

Riconoscere la soglia

In ogni dipinto è presente un particolare che si offre come una soglia, che ci permette di andare oltre la superficie dipinta. Per ognuno di noi questa soglia può essere diversa, dipende dalla nostra storia, dal nostro stato d’animo del momento, dalla nostra propensione estetica ed emotiva. Ecco: quando ti trovi per la prima volta di fronte a un dipinto lascia perdere il cartellino o le informazioni tecniche e storiche.

Varcare la soglia

Osserva con attenzione la scena o la superficie dipinta e cerca quella soglia. Sarà forse un un raggio di luce in un angolo: immaginalo come una ferita nel tempo. È il punto in cui il tuo dolore incontra la bellezza assoluta e si trasforma. Resta lì, in quella ferita, finché non diventerà luce.

Contribuiti: I principi della neuroestetica

Croce in montagna di Caspar David Friedrich
Croce in montagna di Caspar David Friedrich

Secondo le teorie di Semir Zeki, il cervello umano sperimenta una serie di piacevoli esperienze nel momento in cui decodifica un pattern visivo. In particolare, Zeki individua una serie di principi neuroestetici che producono specifiche ricompense psicologiche. La simulazione incarnata, viene prodotta dall’attivazione dei neuroni specchio in risposta a gesti e intenzioni rappresentati. Ne otteniamo empatia fisica e coinvolgimento motorio..
Attraverso la riduzione all’essenziale il cervello elimina dati ridondanti per cogliere la “verità” formale del pattern visivo.

L’unicità e intensità dell’esperienza visiva specifica che ne deriva risulta particolarmente soddisfacente. Con il problem solving percettivo si ottiene un godimento derivante dallo sforzo di decifrare immagini ambigue. L’attivazione dei circuiti di ricompensa e piacere cognitivo. La risonanza emozionale provoca l’attivazione di insula e dell’amigdala in risposta a espressioni rappresentate. Questo meccanismo ci dona la condivisione immediata del vissuto affettivo dell’opera.

Semir Zeki, conia l’espressione “neuroestetica” per definire lo studio dei meccanismi biologici alla base della percezione estetica, ipotizzando che gli artisti siano, in un certo senso, degli scienziati naturali che esplorano le potenzialità del cervello visivo.

In sintesi la Neuroestetica non intende l’opera d’arte come un deposito statico di significati semiotici o un documento di storia della tecnica, bensì come un dispositivo preordinato atto a scatenare una serie complessa di processi cognitivi, emotivi e motori nell’osservatore. La fruizione diventa un evento trasformativo che coinvolge la totalità dell’essere umano, radicandosi nelle strutture biologiche del sistema nervoso per elevarsi fino alle vette della speculazione spirituale e della ricerca di senso.

Contributi: La Fenomenologia di Mikel Dufrenne

Alcuni eminenti studiosi di altri ambiti umanistici ci offrono spunti interessanti che ci aiutano ad creare un rapporto profondo con l’opera d’arte. La fenomenologia di Mikel Dufrenne offre strumenti cruciali per descrivere come l’opera si presenta alla nostra coscienza. Mikel Dufrenne distingue tre fasi dell’esperienza estetica: la presenza, la rappresentazione e il sentimento. La “presenza” è lo strato primario e sensibile, in cui il corpo fisico dell’osservatore, attraverso i sensi, entra in contatto con la materialità dell’opera. La “rappresentazione” interviene quando la nostra immaginazione organizza questi dati sensibili in un mondo coerente. Infine, il “sentimento” rappresenta la capacità di accogliere il mondo espresso dall’opera e dal suo autore. L’opera d’arte, in questa visione, non è un oggetto che noi osserviamo, ma è un organismo vivo che ci osserva.

Contributi: La Fenomenologia di Jean-Luc Marion

Il Cristo giallo di Paul Gauguin
Il Cristo giallo di Paul Gauguin

Jean-Luc Marion approfondisce questa dinamica interativa attraverso la distinzione tra idolo e icona. L’idolo è un’immagine che rimanda lo sguardo dell’osservatore a se stesso. L’idolo è specchio della soggettività che rimanda all’osservatore ciò che egli già desidera vedere. Se ti trovi di fronte a un paesaggio o a una scena sacra e vedi solamente ciò che già conosci, magari che hai appreso sui libri di scuola, l’operazione è sterile e l’opera non vive.

L’icona, invece, “convoca”, attiva lo sguardo, e apre verso un invisibile, metaficico, spirituale, concettuale, che eccede la manifestazione fisica. La fruizione dell’icona (che può essere un’opera d’arte contemporanea o religiosa) richiede un “vuoto” intenzionale, permettendo all’invisibile di manifestarsi attraverso il visibile. Diventa quindi indispensabile porsi in silenzio di fronte all’opera d’arte. Un silenzio ambientale, ma anche di parola, dimenticandoci delle nozioni tecniche, storiche e interpretative che abbiamo letto su qual dipinto. Per far vivere l’opera attraverso la nostra esperienza dobbiamo lasciare da parte la visione intellettuale e assumere invece una visione evocativa.

Contribuit: Pavel Florenskij (Le porte regali. Saggio sull’icona)

Questo testo è il completamento perfetto per le tue riflessioni su Jean-Luc Marion. Florenskij descrive l’icona come una “finestra” o una “soglia” tra il mondo visibile e quello invisibile. Per lui, l’icona non è un dipinto di qualcosa, ma una presenza reale che “guarda” lo spettatore.

Cosa può fare l’opera per noi?

Il tuo io segreto e vero che si mette in relazione all’essenza dell’opera

Ragazzo dal panciotto rosso di Paul Cézanne
Ragazzo dal panciotto rosso di Paul Cézanne

Questa esperienza evocativa è indirizzata al tuo io segreto, quello che non ha bisogno di etichette sociali o professionali. Dimentica chi devi essere per il mondo. In questo istante, davanti a quest’opera, sei liberi di essere l’ombra, la luce o il grido che vedete dipinto. Qui, la tua identità non ha confini.

Mentre i tuoi occhi scorrono sulla superficie di un dipinto o di una scultura compi un cammino. Questo tempo che dedichi all’opera è il tuo pellegrinaggio notturno verso la parte più vera di te. Compiamo adesso un atto meditativo, lasciamo da parte la tecnica e la storia. Le informazioni sull’opera le leggerai in seguito, sono importanti ma se non cogli l’essenza che ti lega emotivamente a questo dipinto, quello che leggerai rimarranno sterili riflessioni che dimenticherai e non arricchiranno la tua esperienza artistica.

Lo spirituale nell’arte

Evoluzione di Piet Mondrian
Evoluzione di Piet Mondrian

Nel mondo di oggi, a causa delle tragedie belliche, dalla crisi di valori e dalla recrudescenza delle condizioni esistenziali, la gente ha un grande bisogno di spiritualità. L’opera d’arte, attraverso la visione evocativa, offre un grande e valido contributo a questa ricerca. Nell’arte del passato, quando l’opera era vitale, viveva attraverso la fruizione attiva della gente, era comune cercare lo spirituale nell’arte. Anche i grandi astrattisti delle avanguardie Novecentesche hanno condotto ricerche spirituali nelle loro poetiche. Pensiamo a Mondrian con il Neoplasticismo e Kandinskij. Altri hanno aderito a comunità spiritualistiche quali i Rosacroce, l’Antroposofia e alternative esoteriche.

Le urgenze del presente

L’opera d’arte ci offre soluzioni per affrontare personalmente le grandi urgenze del presente che possiamo affrontare nella loro dimensione sociale e nella sfera del nostro privato. Collasso climatico, pandemie, tragedie belliche, gravi disuguaglianze economiche, traumi collettivi che attraverso la ribalta mediatica diventano irrimediabilmente questioni individuali.

La visione evocativa e quotidiana di importanti opere d’arte, del presente e del passato diventa una terapia dell’anima e del corpo per non subire gli effetti devastanti di queste catastrofi universali. Lascia entrare la grande arte nel tuo vissuto di ogni giorno e allenati alla sua visione evocativa per possedere strumenti di consapevolezza e azioni terapeutiche che ti assistano nel contribuire attivamente alla realizzazione di un mondo migliore.

Il simbolo: ciò che unisce il visibile della pittura all’invisibile dell’emozione

L’opera è un portale: non è importante descrivere il soggetto di un’opera, ma sentire ciò che il soggetto “evoca” nel profondo. La pennellata di un artista non è solo materia. È il punto di contatto dove la tua stanchezza incontra la forza dell’artista. È qui che l’invisibile, la sensazione diventa si manifesta, diventa presenza. La nostra mente opera per simboli e questi simboli sono rappresentati nelle grandi opere d’arte. Non solo, anche lo stile e la materia di un’opera diventa una realtà simbolica in grado di dare voce alle nostre emozioni inespresse.

Un paesaggio può diventare l’occasione per far emergere alcuni stati d’animo che non riesci a manifestare nemmeno a te stesso. Per questo nella prammatica della visione evocativa ti consiglio di percorrere senza preconcetti intellettuali la stanza di un museo. Avvicinati all’opera che ti attira e cerca in essa un particolare che risuona in te. Questa attività proiettiva della tua mente stà cercando un appiglio simbolico per portare alla tua attenzione un’emozione, un ricordo, un pensiero che hai da tempo dimenticato o rimosso.

Contribuiti: Arte come terapia di Alain de Botton e John Armstrong

In una dimensione più pragmatica e divulgativa, Alain de Botton e John Armstrong sostengono che l’arte debba servire i bisogni della psiche con la stessa efficacia con cui un tempo serviva la teologia. Nel loro modello, l’arte è vista come una forma di terapia capace di compensare le fragilità mentali innate, come la memoria fallace, la perdita di speranza o la difficoltà di comunicare il dolore.

Madre e figlio di Pablo Picasso
Madre e figlio di Pablo Picasso

La visione evocativa dell’opera d’arte opera sulla memoria fissando l’essenza di un’esperienza o di una persona. L’osservatore ne ottinene protezione contro la perdita dei ricordi significativi. Agisce sulla speranza attraverso la rappresentazione di bellezza e piacevolezza come contrappeso al dolore. Contribuisce così alla resistenza psicologica alla depressione e al cinismo. Si può usare come antidoto nella terapia del dolore attraverso la trasformazione della sofferenza privata in un’espressione universale ed eloquente. Il risultato è il senso di comunione e riduzione dell’isolamento nel trauma.

Permette poi il riequilibrio attraendoci verso opere che possiedono qualità di cui noi siamo privo o carenti. Ci permette quindi di raggiungere la stabilità emotiva compensatoria. Nella comprensione di sé l’opera agisce come specchio dei desideri e dei bisogni inconsci e ci permette una maggiore consapevolezza della nostra identità. Offre poi una crescita attraverso l’esposizione a prospettive e culture diverse che sfidano i propri limiti. Promuove così lespansione dell’orizzonte mentale e della tolleranza. Infine consente di sperimentare una sensazione di apprezzamento attraverso la capacità dell’arte di restituire valore alle cose ordinarie. In questo modo riscattiamo la nostra quotidianità dalla noia e dall’insignificanza.

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Bibliografia

  • Hans Urs von Balthasar, Gloria (vol. I: La percezione della forma), Jaca Book.
  • Alain de Botton, John Armstrong, L’arte come terapia. The school of life, Guanda, 2013, ISBN-10:8823506360 ISBN-13:978-8823506367
  • John Dewey, L’arte come esperienza, Aesthetica.
  • James Elkins, Pictures and Tears: A History of People Who Have Cried in Front of Paintings, Routledge.
  • Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi.
  • Vittorio Gallese,
  • Jean-Luc Marion, L’idolo e la distanza: Analisi fenomenologica cruciale sulla distinzione tra idolo e icona, Jaca Book
  • Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, SE.
  • Vittorio Sgarbi, Davanti all’immagine, 1989, Questo è forse il suo libro più teorico e programmatico. Qui Sgarbi definisce il suo metodo: la critica d’arte non è una scienza fredda, ma un’estensione della vita stessa.
  • Vittorio Sgarbi, Il punto di vista del cavallo. Caravaggio, 2014
  • Vittorio Sgarbi, Dall’ombra alla luce. Da Caravaggio a Tiepolo, 2016
  • Vittorio Sgarbi, L’Italia delle meraviglie, L’opera d’arte è viva se è inserita nel suo contesto: una chiesa di campagna, un palazzo, una piazza. Strappata dal suo luogo, l’opera “muore” o diventa un feticcio
  • Amador Vega, Arte y santidad (o contributi in Apophatic Aesthetics): Esplora il concetto di estetica apofatica come cornice per comprendere le forme “scivolose” dell’arte.
  • Semir Zeki, La visione dall’interno. Arte e cervello: il punto di partenza della neuroestetica moderna, focalizzato sul rapporto tra fisiologia della visione e creazione artistica.

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