La psiche, soggetto della visione evocativa, è una parola che affonda le sue radici nell’antichità classica e trova il suo utilizzo nella pratica psicoanalitica. di Marco Rabino
Jacques-Louis David, Amore e Psiche, 1817, olio su tela di canapa, 184,2 x 241,6 cm. Cleveland, Cleveland Museum of Art
Psiche, anima, spirito, termini che possono sembrare sinonimi ma si riferiscono a concetti non del tutto coincidenti, che hanno subito una trasformazione nel tempo. Per utilizzarli come soggetto attivo della visione evocativa di un’opera d’arte, occorre fare chiarezza sul loro significato e utilizzarli nel loro contesto corretto. Il termine psiche è spesso associato all’ambito delle ricerche psicoanalitiche.
La parola psiche deriva dal greco antico ψυχή (psyché), che a sua volta fa riferimento al verbo ψύχω (psýchō), il cui significato originario è “respirare” o “soffiare“. Questo legame rimanda all’idea del soffio vitale (o alito), che dobbiamo intendere come: l’essenza stessa che dà vita al corpo. Questa associazione tra “respiro” e “principio vitale“, si trova in molte lingue antiche, come nel latino anima (connesso al greco ànemos, “vento“) e spiritus (da spirare, “soffiare“).
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Storia ed evoluzione del concetto di psiche
La psiche nel mondo classico
Nei poemi di Omero (VIII secolo a.C.), la psyché non definiva la coscienza, i sentimenti o la mente. Il termine indicava invece l’energia che mantiene in vita l’uomo. Quando un guerriero muore, la sua psyché esala dalla bocca o da una ferita, abbandona il corpo e vola nell’Ade sotto forma di ombra incorporea e priva di memoria.
Il termine cambia nel periodo della Grecia classica. Con l’orfismo e i filosofi presocratici, e successivamente in modo sistematico con Platone ed Aristotele la psyché diventa l’anima dell’individuo, la sede del pensiero, della morale, dei sentimenti e dell’intelletto. Platone considera la psiche immortale e imprigionata nel corpo. Per Aristotele poi costituisce la “forma” dell’individuo, l’atto primario che organizza la materia vivente.
La parola entra quindi nel mito. Nel mondo romano, lo scrittore Apuleio utilizza la parola attraverso una celebre favola di Amore e Psiche nelle sue Metamorfosi (II secolo d.C.). Psiche è una mortale bellissima che, dopo aver superato terribili prove a causa dell’invidia di Venere, riesce a ricongiungersi al dio Amore (Cupido) e ottiene l’immortalità. Il mito simboleggia il viaggio dell’anima umana che, attraverso il dolore e l’esperienza, si eleva verso l’amore divino ed eterno.

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La psiche nel Medioevo e nel Rinascimento
Nel corso dell Medioevo europeo, la parola greca psiche è quasi del tutto scomparsa dal linguaggio comune e teologico dell’Occidente latino a favore del termine Anima e Pneuma. Promotori di questa sostituzione sono stati autori della filosofia scolastica e della Chiesa cattolica. Invece, nel contesto della medicina e della filosofia si preferiva usare il termine pneuma (soffio, spirito) come si ritrova nei testi di tutto il Medioevo. La parola psiche sopravvive invece nei testi originali greci custoditi dall’Impero Bizantino.
Nel periodo del Rinascimento, con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, gli studiosi bizantini si trasferiscono sulla penisola italica. In Occidente si riscoprono così i testi originali greci di Platone, Aristotele e dei filosofi neoplatonici. La parola psyché torna a circolare attivamente tra gli umanisti. Nel 1590, il filosofo tedesco Rudolf Göckel (italianizzato in Rodolfo Goclenio) usa per la prima volta il termine Psychologia nel titolo di una sua opera. In questa occasione il termine psiche si stacca dal contesto teologico e passa nel campo della disciplina scientifica che studia la mente. In campo esoterico e culturale, invece, si adotta il termine di anima (anima mundi).
La psiche tra Ottocento e Novecento
Con lo sviluppo della scienza moderna, e la diffusione della letteratura scientifica, il termine si spoglia del tutto delle sue connotazioni religiose e metafisiche. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la nascita della psicoanalisi, la psiche è diventata l’oggetto di studio scientifico della mente umana, intesa sia nelle sue componenti consce che in quelle inconsce. Si ritrova quindi come soggetto di studio nelle ricerche di Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e dei loro allievi.
La “re-visione” della psicologia di James Hillman
James Hillman, allievo di Jung, compie una re-visione della psicologia e fonda la psicologia archetipica che recupera le figure del mito greco in quanto archetipi dell’umano. Con Hillman, il termine psiche diventa sinonimo intercambiabile della parola anima. La psiche non è più un oggetto esclusivamente scientifico o un meccanismo cerebrale da analizzare in laboratorio. Diventa invece una finestra, una prospettiva attraverso cui guardare il mondo. James Hillman sottrae la psiche al dominio esclusivo della medicina e della psicoterapia, verso la quale si rivela molto critico, per restituirle una dignità poetica, filosofica e mitica. In sintesi: Hillman usa “psiche” come sinonimo di anima, mistero e immaginazione poetica (dalle ricerche sulla spiritualità araba di Henri Corbin).
La psiche oggi: neuroscienze, salute mentale e benessere psicofisico
Le ricerche contemporanee hanno polarizzato fortemente il concetto di psiche. I due approcci principali sono uno scientifico-riduzionista e uno sociologico-ambientale. In sintesi, le neuroscienze intendono la psiche come sinonimo laico di mente e funzioni cerebrali. Invece nella letteratura destinata alla cultura di massa, anche di tipo spiritualistico, legata al concetto di salute mentale e benessere psicofisico (well-being), la psiche rimanda alla parte dell’individuo in grado di performare e adattarsi a una società iper-connessa e in costante crisi.
Atteggiamento scientifico-riduzionista e sociologico-ambientale
Quindi, le neuroscienze hanno sostituito il termine psiche con il concetto di cervello o sistema nervoso centrale. I ricercatori umanistici e alcuni filosofi definiscono questa concezione riduzionismo biologico. Hillman vedeva nei sintomi, come la depressione, l’evidenza di una psiche sofferente da trattare in modo olistico. Invece, la psichiatria contemporanea individua uno squilibrio neurochimico dei neurotrasmettitori (serotonina, dopamina) da trattare con la chimica farmaceutica.
La psicologia cognitiva e le neuroscienze, la cui ricerca è orientata allo sviluppo della tecnologia dell’intelligenza artificiale, concepiscono la mente (ex psiche) come un sofisticatissimo software computazionale integrato nell’hardware biologico cerebrale. Il “fare anima“, all’interno delle teorie neuroscientifiche è sostituito dall’ottimizzazione dei processi cognitivi, resilienza e plasticità neuronale.
La psiche digitale e la mente estesa
Oggi i protagonisti della discussione che riguarda la coscienza sono i filosofi della mente e i tecnopsicologi che parlano di “mente estesa“. Si parla quindi di psiche digitale che si diffonde oltre la pelle del nostro cranio e si tecnologizza nei dispositivi elettronici. Gli smartphone, gli algoritmi dei social media e le intelligenze artificiali sono diventate vere e proprie protesi psichiche che modificano la nostra attenzione, la nostra memoria e la nostra identità relazionale.
Bibliografia
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