La sacralità di Vincent Van Gogh secondo Massimo Cacciari che concepisce la sua arte come via per la verità. di Marco Rabino
A proposito di visione evocativa di un’opera d’arte, le riflessioni di un filosofo offrono un itinerario imperdibile per superare la soglia della superficie dipinta e raggiungere una dimensione immaginale. Sono continuamente alla ricerca di pensieri che permettono di superare la convenzionalità dell’analisi critica e storica di un dipinto o di un’altra opera d’arte. Sul versante del pensiero filosofico, mi viene in soccorso un testo del filosofo italiano Massimo Cacciari, grande amante dell’arte. Cacciari dissolve il mito romantico che racconta Van Gogh come un artista folle, un pittore maledetto, che dipinge in preda a un delirio psicotico. Invece, la teoria di Cacciari è che Vincent sia un filosofo della pittura, che ha saputo vedere il sacro immanente nelle cose del mondo.
Il libro in questione è Van Gogh. Per un autoritratto, pubblicato nel 2025, nel quale Cacciari rielabora alcuni saggi scritti nel 1983. Il pensiero di fondo di queste riflessioni è che l’arte sia una via verso la verità. Per rispondere a questa domanda il filosofo riflette sul daimon1 di Vincent Van Gogh che diventa, in questo contesto filosofico, una figura teofanica, manifestazione sensibile e concreta del divino.
Vincent Van Gogh creatore di immagini teofaniche
Teofania deriva dal greco theós (dio) e phánomai (mostrarsi/apparire). Cacciari indica Vincent Van Gogh come un artista teofanico, perché dipingendo le cose del mondo (la sedia, il cipresso, le case), il pittore diventa un canale, il mezzo drammatico in cui l’Essere si rivela. Le riproduzioni dipinte da Vincent diventano teofanie perché la sua drammatica esistenza e i suoi dipinti, la sua visione del mondo, sono una cosa sola. Cacciari intende così Van Gogh come un pensatore visivo, un filosofo che ha usato la pittura per sondare il mistero dell’esistenza.
Secondo la concezione tradizionale, la teofania è il manifestarsi del sacro attraverso elementi naturali (terremoti, fuoco, nubi), visioni interiori o sembianze antropomorfe (umane). Nel caso di Van Gogh, le sue opere sono teofanie perché attraverso l’artista si compie al manifestazione del sacro. Grazie al pensiero di Cacciari, osservando un dipinto di Vincent, possiamo attivare la visione evocativa, ed entrare in contatto con il sacro attraverso l’esperienza del trascendente.

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La potenza della cosa secondo Massimo Cacciari
Ogni cosa che Vincent dipinge possiede un’energia potente che va oltre i contorni dipinti e si manifesta attraverso la sua deformazione e il colore (la descrizione della forma, secondo lo stile dell’artista). Quindi non possiamo osservare un paio di scarpe o una composizione di frutti come una natura morta, ma come una emanazione di energia che si sprigiona dalla luce dei colori e dalla forza modellante delle pennellate di Van Gogh. Cacciari scrive di “esistenza ecstatica“: la cosa ek-siste, erompe continuamente da se stessa. Il dinamismo creato dalle pennellate, nel cielo de La notte stellata, è il mezzo attraverso il quale l’energia delle cose erompe e manifesta la vitalità intrinseca.
Van Gogh non opera sottoposto a una trance irrazionale o mistica, non è un folle guidato dal suo genio. Invece, il pittore è un filosofo visivo rigoroso, che rimane piantato a terra, nella carne del mondo. La rivelazione, attraverso la quale crea le sue immagini della realtà, avviene guardando e patendo la materia reale (una sedia, la terra, i cipressi).
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Van Gogh soffre insieme alle cose che rappresenta
Un altro concetto importante che Cacciari sottolinea nei confronti della pittura di Van Gogh è quello di simpatia (syn-patheia). Vincent soffre insieme alle cose rappresentate nella sua pittura. Il pittore non guarda alla realtà con sguardo accademico e distaccato, invece partecipa alla vita delle cose e rappresenta drammaticamente (emotivamente), la loro vita. Vincent vede l’esistenza del creato, si confonde con essa ed esercita una pittura etica e della misericordia, non rivolta alla divinità ma al mondo. Vincent sente le cose soffrire e dipingendole soffre con esse.
Van Gogh, sottolinea Cacciari, osserva la realtà (la res) e riesce a vedere la spaventosa energia vitale. Spinoza chiamava questa energia conatus, lo sforzo che ogni cosa fa per esistere. Questa è la sofferenza delle cose del mondo, che un artista come Vincent riesce a sentire e a trasferire sulla tela. Il pittore soffre e diventa un martire dell’ascolto e lo dimostra nei suoi autoritratti. Ma Cacciari va oltre, e considera ogni suo dipinto un autoritratto: i paesaggi di Van Gogh riflettono il mondo e la sostanza dell’artista.
Le relazioni cosmiche e il dialogo tra le cose del mondo
Nel neoplatonismo o nel pensiero medievale, l’universo è una sua continua teofania, ovvero uno specchio materiale che riflette e rivela l’esistenza divina. Secondo Cacciari, nei dipinti di Van Gogh si coglie una fitta rete di relazioni cosmiche tra le cose. Il cipresso, le case, le colline, le stelle, sono coinvolte in un tormentato sforzo di ascolto e dialogo. Non è, però, il delirio psicotico del pittore che proietta questo bisogno profondo ma è la necessità di donare luce all’altro. Gli astri dipinti da Van Gogh emettono energia per illuminare il resto del mondo, e così, si consumano.
Vincent come Francesco
Cacciari avvicina l’esperienza artistica di Vincent a quella mistica di Francesco. Voglio sottolineare, non il San Francesco cristallizzato nella propaganda dell’ordine che ne fece Bonaventura da Bagnoregio e dopo di lui, tutta la chiesa cattolica. Secondo il filosofo, Vincent è stato l’unico artista che ha vissuto un’esperienza estetica, etica e spirituale. Theodorus van Gogh, il padre di Vincent, era un pastore della Chiesa Riformata Olandese e il giovane pittore, in gioventù, era deciso a seguire le orme del padre. Vincent voleva diventare un predicatore evangelico.
Il tentativo di assecondare questa aspettativa conferma l’interpretazione esistenziale che Cacciari propone nel suo testo. Nel 1877, Vincent si trasferisce ad Amsterdam per affrontare l’esame di ammissione alla facoltà di Teologia. Rifiuta però di imparare il latino perché lo considera uno strumento inadeguato e astratto. Vincent, infatti, vuole aiutare la gente povera. La sua idea di fede è legata solo all’emozione umana e al contatto diretto con gli ultimi. Nel 1878, così, frequenta una scuola di evangelizzazione a Bruxelles. Ottiene un incarico temporaneo come predicatore laico e missionario nel Borinage, una povera località mineraria nel sud del Belgio.

Vincent vive con i minatori e sviluppa un misticismo estremo. Vive in una capanna, dismette i suoi abiti, si nutre di pane e acqua, vuole imitare Gesù. Questo eccesso di zelo e la sua totale trascuratezza sconvolsero i vertici ecclesiastici. Nel 1879, il Comitato per le Chiese Protestanti lo definisce “eccessivo, indecoroso e fanatico”, quindi non gli rinnova il mandato e lo caccia dalla missione. Rompe anche le relazioni con il padre e inizia proprio tra i minatori a disegnare. Il suo misticismo religioso si trasforma in pittura teofanica.
L’eterna essenza delle cose diventa sacralità immanente
Il filosofo rintraccia una dicotomia nel mondo di Van Gogh: le cose appaiono come transitorie, e nello stesso tempo sub specie aeternitatis (sotto l’aspetto dell’eternità). Vincent rappresenta gli oggetti del suo tempo e della sua quotidianità nella loro trasmutazione fisica. Le scarpe si logorano, i girasoli appassiscono inevitabilmente e il corpo fisico delle persone ritratte si disfa. La loro immagine dipinta, però, rimane in eterno e diventa una forma di sacralità immanente. Il divino è nel mondo, incarnato nelle cose e nelle persone.
La pittura di Vincent è così un’esperienza metafisica e religiosa, la tela è lo spazio teologico in cui l’uomo patisce e rivela la potenza del reale, l’artista è lo strumento di questa rivelazione. Le opere d’arte di Van Gogh sono teofanie perché permettono all’invisibile di entrare nella realtà visibile per comunicare con l’uomo. In questo senso, confermano la visione evocativa, che sposta lo sguardo oltre l’apparenza del visibile. Se siamo alla ricerca del divino, del sacro, lo troviamo dentro la materia più umile, negli oggetti di ogni giorno, nelle opere di Van Gogh.
NOTE
(1) Per il concetto di daimon vedi James Hillman, Il codice dell’anima, 1997
Bibliografia
- Massimo Cacciari, Van Gogh. Per un autoritratto, Morcelliana, Brescia, 2025, ISBN-10 8837240341 ISBN-13 978-8837240349
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