Grünewald, la carne e la scossa di Nancy

Grünewald nella Crocifissione dell’Altare di Isenheim dipinge un Cristo segnato dai colori della decomposizione che ferisce la nostra psiche.

di Marco Rabino

Matthias Grünewald, Crocifissione, 1512-1516, olio su tavola, 269 x 307 cm. Colmar, Musée d’Unterlinden

La Crocifissione di Mattias Grünewald nell’Altare di Isenheim

Avete mai provato quella strana vertigine distonica quando vi trovate di fronte a un corpo martirizzato in un quadro sacro? Ammettetelo. Nel silenzio di una sala museale, davanti a certe immagini della Passione, qualcosa scatta. Non è devozione teologica, è una reazione biologica immediata. Se pensate che io sia immune da questo shock retinico dopo trent’anni di schede e oltre cinquanta milioni di visualizzazioni su ADO ARTE, vi sbagliate di grosso. Ci casco ogni volta anche io.

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Ma oggi voglio fare un passo avanti insieme a voi, lasciando gli smartphone in tasca per aggredire la superficie dipinta di uno dei quadri più spietati della storia dell’arte: la Crocifissione di Mattias Grünewald nell’Altare di Isenheim. Per non rimanere paralizzati da quel colore verdastro della carne in decomposizione e dalle escoriazioni livide dei chiodi, chiederemo aiuto a un instancabile chirurgo del pensiero contemporaneo, il filosofo Jean-Luc Nancy. Con la mappa del suo saggio Immagini e violenza alla mano, proveremo a capire come un abuso visivo così brutale possa trasformarsi nel farmaco perfetto per disattivare la nostra cronica ansia da comprensione. Rallentiamo il battito. Iniziamo a vedere.

La violenza della Crocifissione di Mattias Grünewald

Guardatelo bene questo Cristo, non scappate con gli occhi. Grünewald non ha dipinto una divinità idealizzata e composta, distesa sul velluto di una chiesa rassicurante. Tutt’altro. Questa carne appesa alla croce è un corpo sottoposto a uno stress biologico estremo, una mappa di terminazioni nervose spezzate. Avete presente la dinamica dell’immagine-spettacolo di cui ci parla Nancy? Quella pornografia del dolore che consumiamo distrattamente ogni giorno mentre scorriamo i feed sul divano?

Ecco, dimenticatela. Il nostro maestro di percorso ci spiega che un’immagine-documento autentica fa l’esatto contrario: rispetta la dignità del dramma. Non ci intrattiene. Le dita delle mani di Gesù, contratte e rattrappite verso il cielo come artigli agonizzanti, non sono un bell’esercizio di stile. Sono la contrazione muscolare pura del supplizio. Questo quadro compie una violenza sulla nostra retina perché sequestra un pezzo di morte e ce lo sbatte davanti, obbligandoci a una responsabilità etica a cui non eravamo preparati. Non c’è dopamina in questa visione evocativa. Solo la verità nuda della carne.

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La ferita della carne apre una fessura nella nostra quiete cerebrale

Arrivati a questo punto del cammino, Nancy ci lancia la sua provocazione più vertiginosa: l’arte autentica è «il sapere che non c’è niente da rivelare, neanche un abisso». Vi gira la testa? Niente panico, restate stabili. Questo significa che dietro i legni storti della croce di Isenheim o sotto i piedi piantati nel fango dei personaggi non si nasconde un codice magico, un rebus teologico che dovete risolvere per sentirvi all’altezza del museo. Sganciate la frizione dell’intelletto.

La verità di Grünewald è una “violenza senza violenza” perché si consuma tutta sulla superficie dei recettori visivi, esposta nella sua nuda e intollerabile presenza. Quel cielo nero come la pece che inghiotte lo sfondo non è il baratro di un mostro psicologico. È il punto cieco del tempo che si ferma. Il pittore ha usato il monogramma del suo pennello come un sismografo, aprendo una fessura nella nostra quiete cerebrale per far vibrare la carne. Quindi liberiamo il diaframma e facciamo un patto. Azzeriamo l’ansia da comprensione. Accettiamo la scossa di questo capolavoro. Smettiamo di guardare. Iniziamo a vedere.

Bibliografia

  • Ernst H. Gombrich, La Storia dell’arte, Edizioni Leonardo Arte, Milano, 1997, pagg. 350-352
  • Joris-karl Huysmans, Grünewald, Edizioni Abscondita, Milano, 2002

La visione evocativa

  • Charles Bouleau, La geometria segreta dei pittori (1963)
  • Maurizio Calvesi (Autore), Mino Gabriele (Autore), Arte e alchimia, Giunti Editore, 1998, ISBN-10 8809762649 ISBN-13  978-8809762640
  • Georges Didi-Huberman, Devant l’image. Question posée aux fins d’une histoire de l’art, 1990, Davanti all’immagine. Domanda posta ai fini di una storia dell’arte, Mimesis Edizioni, 2016; 2018, ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8857549736
  • James Elkins, Pictures and Tears: A History of People Who Have Cried in Front of Paintings, Routledge, 2005; F. Saba Sardi (Traduttore), Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro, Mondadori Bruno, 2007, ISBN-10 8842498858 ISBN-13 978-8842498858
  • James Elkins (Autore), Luca Bertolo (Traduttore), Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea, Johan & Levi, 2022, ISBN-10 886010310X ISBN-13 978-8860103109
  • David Freedberg, G. Perini (Traduttore), Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, Einaudi, 2009, ISBN-10 8806200534 ISBN-13 978-8806200534
  • Jean-Luc Nancy, Tre saggi sull’immagine, trad. it. di Antonella Moscati, Cronopio, Napoli 2002; 2007, ISBN-10 8889446315 ISBN-13 978-8889446317
  • Jean-Luc Nancy, Le corp de l’art; Il corpo dell’arte, Mimesis Edizioni, 2014, ISBN-10 8857525058 ISBN-13 978-8857525051
  • Rudolf Otto, Riccardo Nanini C. Broseghini (Traduttore), Il Sacro. Sull’irrazionale nell’idea del divino e il suo rapporto con il razionale, 1917; Morcelliana, 2010, ISBN-10 8837224524 ISBN-13 978-8837224523

I riferimenti ad autori e alle teorie che utilizzo nella visione evocativa di un’opera d’arte sono molti e sono attribuiti con gratitudine nella copiosa bibliografia che trovi su questa pagina: la visione evocativa dell’opera d’arte.

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