Il silenzio è il primo passo per guarire con la visione evocativa

Il silenzio è oggi il primo passo per intraprendere la guarigione interiore con la visione evocativa dell’opera d’arte. di Marco Rabino

Gaetano Previati, I funerali di una vergine, 1895, olio su tela, 125 x 170 cm. Milano, Pinacoteca di Brera

Il silenzio è concetto che nella storia della civiltà Occidentale e della Civiltà Orientale ha un’importanza fondamentale, linguistica e spirituale. Il silenzio è fondamentale per attivare la visione evocativa di un’opera d’arte, per la contemplazione di un paesaggio naturale, per coltivare la propria spiritualità. Non è possibile esaurire questo stato della mente in un testo breve come questo, quindi rimando alla bibliografia che elenca una serie di strumenti validissimi per approfondire una componente così preziosa della nostra esistenza. Qualche cenno storico e teorico è però utile per avvicinare la parola e validare il suo utilizzo nella pratica della visione evocativa dell’opera d’arte.

Nel tempo, come sempre avviene, il silenzio ha raccolto diverse sfumature che utilizziamo in modo spontaneo nella vita di ogni giorno. Andiamo alle origini. L’etimologia della parola “silenzio” presenta due sfumature psicologiche e fisiche diverse, ereditate dal mondo classico, greco e latino.

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L’origine del termine

La parola italiana “silenzio” deriva dal latino silentium, legato al verbo silere. Si tratta di un silenzio passivo: l’assenza di rumore, il cessare di parlare o il restare fermo. Nel mondo greco, Sige (σιγή) indica il silenzio fisico, il tacere esteriore. Invece l’hesychia (ἡσυχία) esprime la quiete interiore, la pace dell’anima e l’immobilità spirituale. Nel primo caso romano e in quello greco il silenzio è assenza di suono. Indica l’assenza della vibrazione sonora: la nostra percezione, attraverso l’organo fisico, non percepisce alcuno stimolo. Nel secondo caso, hesychia, si entra nella dimensione interiore, il silenzio è quello della componente metafisica dell’individuo. Inoltre, in epoca arcaica, il silenzio era associato alla notte, alla morte o al segreto. In seguito, i filosofi, i teorici delle grandi religioni e delle teorie psicologiche, lo trasformano in uno spazio sacro per eccellenza necessario per l’incontro con il divino o con il proprio Sé.

Gaetano Previati, I funerali di una vergine, 1895, olio su tela, 125 x 170 cm. Milano, Pinacoteca di Brera
Gaetano Previati, I funerali di una vergine, 1895, olio su tela, 125 x 170 cm. Milano, Pinacoteca di Brera

Tradizioni religiose d’Occidente

In Occidente occorre fare silenzio per poter incontrare la Parola di Dio. Possiamo considerarlo un cammino di svuotamento interiore che ci porta alla contemplazione del mistero ineffabile. Nella tradizione religiosa occidentale abramitica, il silenzio rappresenta uno spazio di ascolto e lo svuotamento interiore, per fare posto alla Parola di Dio e all’incontro con il Creatore. Il silenzio prepara all’incontro con la divinità, separa la mente dal flusso del rumore quotidiano e predispone l’anima alla parola divina.

Il silenzio nella tradizione ebraica

Nella tradizione ebraica, occorre creare silenzio dentro di sé, per accogliere la rivelazione che si manifesta con un silenzio ambientale. Nel Primo Libro dei Re, della Bibbia, Dio non si manifesta a Elia nel vento forte, nel terremoto o nel fuoco, ma nel “sussurro di una brezza leggera” (a volte tradotto come “la voce di un silenzio sottile“). Lo spazio esterno, il fuori da noi, si fa silenzioso e annuncia la presenza del divino. Lo cogliamo perché i nostri sensi vengono sorpresi da un’inaspettata assenza di rumori o suoni. Quando la parola si fa legge, come nello Shema Yisrael (“Ascolta, Israele“), il silenzio diventa un ascolto attivo per dimostrare la nostra obbedienza e sottomissione al divino.

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Il silenzio nel Cristianesimo

Nel contesto della dottrina cristiana troviamo una complessa teologia del silenzio, che interessa la vita comunitaria e l’ascesi solitaria. Un silenzio rigoroso è lo strumento ascetico che aiuta a combattere le passioni e i pensieri distruttivi dei Padri del Deserto (IV secolo). Invece, l’hesychia (la quiete spirituale) si ottiene attraverso la preghiera del cuore ripetuta in silenzio e coordinata con il respiro nella tradizione ortodossa orientale. Questa pratica viene chiamata Esicasmo. Il silenzio è la condizione necessaria nella Teologia Apofatica o Negativa: la mente umana non può comprendere Dio perché nessun linguaggio può descriverlo. Quindi l’unico modo per raggiungerlo è il silenzio come unica lode autentica possibile.

Il silenzio nell’Islam e nel Sufismo

L’Islam è una religione legata alla proclamazione della Parola (il Corano). Il silenzio, però, è un concetto chiave, soprattutto nella sua corrente mistica, il Sufismo. Il silenzio della lingua, della bocca (Samt), nel Sufismo è il primo passo per raggiungere il silenzio del cuore (samt al-qalb). Il celebre poeta sufi Gialal al-Din Rumi scriveva che “il silenzio è il linguaggio di Dio, tutto il resto è una misera traduzione“. Così, tacere permette di ascoltare la musica segreta dell’Universo e l’eco dell’Amato.

Tradizioni spirituali d’Oriente

Il silenzio, in Oriente, diventa la natura stessa della Realtà Ultima e lo stato illuminato della mente. Il silenzio non è, quindi, solo uno strumento di devozione e permette di superare il dualismo dell’individuo, calmare i pensieri e fondersi con l’Assoluto/Vacuità.

Nell’induismo, il silenzio è volontario ed è strettamente legato al suono cosmico primordiale e all’Assoluto. Quando è volontario diventa una pratica spirituale, Mouna. Non corrisponde solamente alla mancanza di parola, ma anche all’azione di calmare la mente (le oscillazioni dei pensieri o vritti). Nelle Upanishad, è associato a Turiya, il quarto stato di pura coscienza che va oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo. È il silenzio da cui nasce la sillaba sacra Om.

Il silenzio nella visione evocativa dell’opera d’arte

Il silenzio è necessario per attivare la nostra visione evocativa di un dipinto, di una scultura, di un’installazione, di un’azione performativa o di un prodotto artistico trans-mediale. Dobbiamo tacitare il flusso dei nostri pensieri, della mente condizionata, e il rumore mediatico prodotto dai nostri dispositivi informatici. Nella visione evocativa si incontrano tutte le tradizioni religiose e spirituali, perché lo scopo è quello di recuperare la dimensione sacra, metafisica dell’opera d’arte, anche se “sacro” e “metafisico” sono due concetti che non si sovrappongono. Come nelle tradizioni occidentali della parola divina, l’opera d’arte ha bisogno di raccoglimento per essere compresa.

L’opera d’arte ci parla, non con la parola, ma con le immagini, i colori, le forme, le linee. Così, utilizziamo gli insegnamenti delle tradizioni occidentali, e applichiamoli alla visione dell’opera, quando ci troviamo all’interno di un museo o di un altro spazio artistico. Nel caso dell’opera d’arte cristiana, ortodossa o cattolica, la dottrina facilita, per un devoto, la connessione spirituale con l’icona o con l’immagine religiosa.

Il silenzio nella filosofia

Vladimir Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, 1961. Un saggio capitale in cui il filosofo francese esplora il silenzio al confine tra musica, poesia e metafisica. Diventa l’unica dimensione capace di lambire l’ineffabile, ossia ciò che la logica discorsiva e il linguaggio ordinario non potranno mai catturare.

Max Picard, Die Welt des Schweigens, 1948; (Il mondo del silenzio). È considerato la pietra miliare della riflessione novecentesca sul tema. Il medico e filosofo svizzero descrive il silenzio come un’entità ontologica autonoma, una sostanza originaria preesistente a tutte le cose e necessaria affinché la parola umana mantenga profondità, senso e legame con il sacro.

Bernard P. Dauenhauer, Silence: The Phenomenon and Its Ontological Significance, 1980, Saggio fondamentale di matrice fenomenologica che prosegue la via tracciata da Max Picard (1948). Dauenhauer analizza le diverse forme del silenzio (quello che precede la frase, quello che la conclude, il silenzio profondo) evidenziando come esso non sia mai mera negazione del linguaggio, ma parte attiva dell’intenzionalità umana.

Sitografia

Marcello Faletra, Dialettica del silenzio. Da Mallarmé a Giacometti, la retorica dei pieni e vuoti, Artribune, 22/05/2024, LINK

Bibliografia

Consulta la pagina intitolata: Accademia del silenzio sul sito della casa editrice Mimesis. Troverai decine di saggi dedicati all’argomento.

Duccio Demetrio, “L’isola del silenzio” – La Stampa, 12 maggio 2017, Leggi l’articolo

I riferimenti ad autori e alle teorie che utilizzo nella visione evocativa di un’opera d’arte sono molti e sono attribuiti con gratitudine nella copiosa bibliografia che trovi su questa pagina: la visione evocativa dell’opera d’arte.

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