Le reti artistiche spontanee dell’arte contemporanea trasformano l’arte in una cura esistenziale condivisa.
di Marco Rabino
Ho scritto questo articolo come omaggio a due importanti reti d’arte contemporanea che celebrano quest’anno traguardi importanti: l’Arte Laguna Prize 2026 e Here 2026 di Torino. Buona lettura!
Cosa sono le reti artistiche spontanee nell’arte contemporanea
Lasciatemi spiegare in questo contributo cosa sono le reti artistiche spontanee dell’arte contemporanea. Tutti noi, che seguiamo le vicende dell’arte, conosciamo perfettamente le dinamiche del sistema economico ed espositivo. Sapete bene, vero, che la carriera di noti artisti deve tutto alla loro capacità di promuovere il proprio personaggio! Hanno saputo creare i giusti contatti per ottenere un posto nelle prestigiose fiere d’arte. Ma cos’è questo successo? È la vendita di opere a cifre altissime, la frequentazione di ambienti esclusivi, la presenza nelle grandi gallerie internazionali e la costante segnalazione all’interno di eventi di risonanza globale.
Esiste però una strada diversa, un modo radicalmente altro di intendere l’opera e la vita stessa. Vi parlo di una sensibilità che, sia chiaro, non sputa sulla sostenibilità economica né rifiuta la sacrosanta realizzazione personale del singolo artista. Eppure, propone qualcosa di immensamente più grande: portare avanti il fare artistico in una maniera totale, olistica, vibrante. Sarei quasi tentato di definirla una via “più sociale”, eppure sento che non è la parola esatta. Nel termine “sociale” rischia di infilarsi l’obbligo di un attivismo politico programmatico che, a dire il vero, potrebbe anche non interessare affatto all’anima dell’autore. No, non è politica; è qualcosa di più profondo e ancestrale, un bisogno di interconnessione viscerale che stiamo per scoprire insieme.
Dall’enattivismo un contributo alla diffusione delle reti artistiche dell’arte contemporanea
È proprio questo meraviglioso fiume in piena di “reti spontanee artistiche” che sento più vicine alla mia visione evocativa dell’opera d’arte e all’approccio enattivo. Vi assicuro che non utilizzo questo termine per ostentazione culturale. Il mio viaggio quotidiano nel mondo dell’arte è accompagnato dai miei maestri di percorso che più mi aiutano a sentire l’opera o l’evento. Il maestro, in questo caso è il ricercatore Thomas Fuchs, autore di una concezione più umana della neurodivergenza. Grazie alle sue idee, la mia visione dell’arte si discosta dal tessuto più propriamente commerciale per dare priorità assoluta all’aspetto comunicativo, umano e relazionale.
Aspettate! Non voglio essere frainteso: i protagonisti dell’universo artistico, artisti e appassionati, non sono affetti da neurodivergenze! La forza dell’approccio enattivo è che considera le nostre “divergenze personali” come una grande risorsa esistenziale. Nelle reti spontanee viene meno l’approccio top-down — quello gestito dall’alto dalle istituzioni e dai mercati centralizzati — al suo posto sboccia spontaneamente un approccio dal basso (bottom-up). Si diffonde come un organismo biologico una trama organizzativa autonoma, formata da comunità transgenerazionali che si aggregano attorno a una visione comune o a una specifica realtà territoriale.
I maestri di percorso
Eccoci allora alla lettura impegnativa. Prima, però, un altro doveroso debito di riconoscenza verso i miei maestri di percorso, che sono accademici, studiosi e ricercatori di varie discipline scientifiche e umanistiche. Vi propongo costantemente le loro idee perché ci permettono di capire e di approfondire l’universo dell’arte contemporanea. Se volete, leggete i libri che ho segnalato in bibliografia: vi offriranno sicuramente una chiave di lettura del contemporaneo e della società. Se invece vi affidate alle mie parole, procedo, e cerchiamo insieme un nuovo e “divergente” aspetto delle reti artistiche spontanee dell’arte contemporanea.
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La prospettiva enattiva e le teorie del decentramento globale
Mettetevi comodi e prendete nota. Esiste una teoria sugli ordini spontanei nelle Arti che evidenzia come la produzione culturale e contemporanea si evolve grazie a questo feedback continuo e orizzontale tra artisti in contatto con il pubblico il loro pubblico e al di fuori dei canali istituzionali. Non sono artisti che rifiutano completamente la monetizzazione delle loro opere ma mettono in primo piano la capacità del loro lavoro di creare contatti e attivare delle esperienze con il loro pubblico.
E qui, attenzione, facciamo un balzo in avanti che potrebbe far dubitare i critici tradizionali, ma vi chiedo di fidarvi. Per dare carne a questa intuizione, prendiamo per mano lo psichiatra e filosofo tedesco Thomas Fuchs. Avete mai pensato a dove finisca la vostra mente? Secoli di scienza ci hanno convinti che il pensiero sia chiuso lì dentro, intrappolato nel buio della nostra scatola cranica. Che errore! Fuchs e i pionieri del paradigma delle 4E Cognition — ovvero la mente considerata come Embodied (incarnata), Embedded (radicata nell’ambiente), Enacted (attiva) ed Extended (estesa) — ci ribaltano la prospettiva. Ci insegnano che noi pensiamo con tutto il corpo, con i gesti, con lo spazio.

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Le reti spontanee dell’arte contemporanea: un unico, immenso network biologico e neuronale
Ora fate questo calcolo insieme a me, moltiplicate questo concetto per i tanti artisti che partecipano alle reti spontanee: che cosa otteniamo? Non più singoli individui isolati, ma un’equazione biologica planetaria. La mente enattiva smette di essere un fatto privato e si estende a livello sociale. Se guardiamo le reti artistiche spontanee con questi occhi, le vedremo finalmente per ciò che sono: non freddi elenchi di contatti o nodi burocratici, ma un unico, immenso network biologico e neuronale. Una mente collettiva e viva che pulsa, si espande e respira spontaneamente attraverso l’incastro perfetto tra i corpi degli artisti, le emozioni del pubblico e la carne del mondo che li ospita.
Conoscete il sociologo e storico dell’arte Terry Smith? La sua è una teoria molto interessante: l’arte del nostro tempo non è più strutturata sulla rigida contrapposizione tra i “centri” — le grandi capitali dell’arte — e le “periferie”. La capillarità micelica dell’arte contemporanea si sviluppa invece attraverso flussi simultanei di forze locali e globali. È proprio nelle periferie che il miracolo accade e si diffonde, luoghi in cui le reti artistiche fanno emergere i loro corpi fruttiferi sotto forma di centri espositivi diffusi. Smith analizza questa dirompente energia nel suo celebre saggio Currents of World Connectivity in Contemporary Art, pubblicato sulla rivista accademica World Art (2011)
Dall’estetica relazionale agli spazi abilitanti
Facciamo un piccolo passo indietro. So bene che parlare di reti viventi e di miceli all’Arsenale di Venezia o a Porta Palazzo possa far sorridere i puristi della critica tradizionale. Eppure, per capire come siamo arrivati fin qui, dobbiamo attraversare il territorio di due giganti: l’Estetica Relazionale di Nicolas Bourriaud e le successive, affilate analisi di Claire Bishop sull’arte partecipativa.
Fermiamoci un istante sulle tesi di Bourriaud. Tra le pagine dei suoi saggi, l’arte cessa di essere un catalogo di oggetti inerti da appendere alle pareti per arredare i salotti della borghesia. Diventa un luogo di interazione, una trincea di relazioni umane concrete. Gli artisti non fabbricano più merci, ma aprono squarci di tempo in cui le persone tornano a comunicare davvero. È l’intuizione di una rete.
Due casi reali: Arte Laguna Prize 2026 e HERE 2026
Tuttavia, la saggistica globale sulle pratiche collaborative si è spesso limitata a leggere queste trame con gli occhi freddi della politica, celebrandole come semplici formule di resistenza contro i modelli neoliberisti del mercato. Ma la realtà che tocchiamo con mano nel 2026 va oltre la sociologia. Quando camminate tra i 240 artisti dell’Arte Laguna Prize 2026 o nell’ex Mercato Ittico di HERE 2026, sentendo l’odore del salmastro mescolarsi alle installazioni, avvertite che non è più solo una questione di “scambio culturale”. Quel mercato che Bourriaud voleva contestare viene qui scavalcato da qualcosa di più ancestrale. Le reti spontanee non si limitano a discutere di collettività: la mettono in atto, trasformando la struttura sociale in un corpo biologico che respira.
Proviamo a mappare insieme i punti di innesto e le ramificazioni vive di queste reti?
- Gli spazi indipendenti (artist-run spaces): luoghi autonomi in cui comunità di artisti si uniscono per esporre e confrontarsi;
- Le gallerie di ricerca: realtà che scelgono di promuovere la sperimentazione relazionale anziché la pura speculazione;
- Le reti di residenza d’artista: contesti straordinari che permettono agli autori di viaggiare in modo sostenibile, sviluppando interventi site-specific a contatto con la storia e l’anima del luogo.
Queste reti si distinguono per l’assenza di logiche manageriali, di gerarchie o di ruoli di potere. Si trasformano in organismi olistici capaci di annullare le distanze geopolitiche e di realizzarsi nell’esperienza estetica condivisa.
L’arte è uno strano strumento che riorganizza la nostra mente
Forse siamo ancora troppo legati alla vecchia centralità del manufatto artistico. Non vi pare, invece, che stia progressivamente perdendo il suo status di oggetto-feticcio per trasformarsi in uno strumento abilitante? Io immagino l’opera d’arte contemporanea come un dispositivo organico, capace di connettere in modo spontaneo l’esperienza intima dell’artista con la comunità di una rete internazionale pulsante. Perdonatemi il tono accademico, ma lasciatemi evocare quel grande maestro di pensiero che è Alva Noë. Per lui l’opera è uno “strano strumento” che riorganizza la nostra mente. Questa rivelazione, che ho distillato dalle pagine del suo saggio del 2015 Strange Tools, ha cambiato per sempre il mio modo di percorrere le sale di un museo.
Ha ragione un altro maestro che ho affiancato lungo la via, Massimo Fioranelli, quando nel suo recentissimo saggio La mente estetica (Mimesis, 2026) ci ricorda che la bellezza è una funzione biologica. L’opera germoglia nella nostra carne e agisce come un vero modulatore bio-elettrico, sintonizzando il cuore e il cervello. Quando camminiamo tra le Tese dell’Arsenale o nel caos del Ex-Mercato Ittico, avvertiamo che queste reti spontanee ci mettono al riparo dalle logiche manageriali, dalle gerarchie e dai ruoli di potere del mercato. Si trasformano in organismi olistici viventi, capaci di annullare le distanze geopolitiche per realizzarsi, finalmente, in un’esperienza estetica condivisa.
La mappa dei teorici e dei critici del contemporaneo
Per comprendere la portata di questo fenomeno, possiamo fare riferimento a studiosi, critici e filosofi che ne hanno tracciato le coordinate:
Vi svelo allora i maestri di percorso che ci aiutano a muoverci dentro questo giardino fiorito delle reti artistiche spontanee. Sono studiosi, scienziati e filosofi che non si limitano a osservare il sistema dall’alto, ma ne tracciano le coordinate biologiche sul campo, aiutandoci a comprenderne la profonda integrità ecologica.
- Roberto Pinto: storico dell’arte e curatore, ha analizzato con grande autorevolezza sia i punti di forza sia i limiti dell’estetica relazionale, studiando come gli artisti globali riescano a uscire dalle pareti dei musei per interagire con la storia politico-sociale del territorio.
- Pierluigi Musarò (e la scuola di Bologna): attivo nella mappatura delle arti dialogiche e dell’impatto sociale dell’estetica, focalizza la propria ricerca sulla costruzione intersoggettiva della realtà attraverso le immagini.
- Domenico Quaranta: punto di riferimento imprescindibile in Italia per la media art e l’arte digitale, ne indaga le luci e le ombre all’interno della società iperconnessa.
- Roberto Ago: curatore e critico attento a ridefinire il dibattito sulle tendenze storiche, pone al centro delle sue lezioni la partecipazione del pubblico e l’arte relazionale.
- Federico Ferrari: tra i filosofi e critici d’arte più acuti del nostro tempo, riflette sul significato dell’immagine e sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.
- Andrea Barretta: voce critica di rottura, si scaglia contro l’arte dominata dalla speculazione di mercato. Invoca un fondamentale ritorno al “silenzio dell’opera”, affinché l’immagine possa tornare a parlare direttamente allo sguardo dell’osservatore in un rapporto intimo, privo del rumore della critica di sistema.
Una risorsa esistenziale per il futuro
Eccoci arrivati alle conclusioni. Vi aspettavate un così grande e vibrante interesse del mondo accademico verso le reti spontanee dell’arte contemporanea? Abbiamo scoperto insieme che da questo proliferare di studi emerge una verità profonda: queste trame biologiche fanno bene all’artista e all’osservatore. Siamo tutti coinvolti. I maestri di percorso che abbiamo affiancato lungo la via sono concordi nel dimostrare che il valore profondo di questa forma partecipata di arte non risiede nella monetizzazione immediata dell’oggetto feticcio. Il vero guadagno sta in un processo di sintonizzazione autentico e reciproco, in una risposta omeostatica capace di riallineare il nostro cuore e il nostro cervello nel silenzio della visione evocativa.
I germogli di questa rivoluzione silenziosa, ma benefica, sono coltivati da artisti transgenerazionali — professionisti affermati o giovani talenti — che cercano nell’arte un’occasione di incontro, di crescita emotiva, psicologica e spirituale. Noi, frequentatori assidui delle Tese dell’Arsenale o degli ambienti carichi di storia dell’ex Mercato Ittico, riorganizziamo il nostro sentire psico-fisico scoprendoci parte integrante della rete. Intendiamoci, non sto descrivendo una seduta terapeutica di gruppo. Si tratta invece di un grande movimento collettivo di condivisione e complessità che, al tempo stesso, rassicura e interroga.
L’arte contemporanea cambia pelle
Guardiamoci in faccia. Quella che abbiamo davanti agli occhi, tra le Tese dell’Arsenale Nord e gli spazi dell’ex Mercato Ittico, è una realtà biologica ancora tutta da analizzare, colta nel pieno del suo sviluppo evolutivo. L’arte sta cambiando pelle, e lo sta facendo adesso, nel 2026: cessa di essere la fabbrica di un bene commerciale o puramente decorativo per trasformarsi, finalmente, in un’occasione di sintonizzazione e di incontro.
Non è un lusso intellettuale, è una strategia di sopravvivenza. Stiamo andando incontro a un futuro particolarmente critico, una stagione difficile in cui le risorse oggettive della Terra saranno sempre più carenti. In questo scenario, l’oggetto-feticcio sta perdendo la sua consistenza fisica. Ma non fate l’errore di dare la colpa solo alla diffusione dei media digitali o agli algoritmi: questa dematerializzazione nasce da una redistribuzione profonda del nostro spazio quotidiano e vitale. L’oggetto si ritira. E in questo vuoto, la carne della rete artistica spontanea si espande come un micelio per riarmonizzare le nostre esistenze, dimostrandoci che quando la materia scarseggia, la risonanza inter-corporea e la spiritualità diventano la nostra unica, vera ecologia.
Conclusioni e invito alla partecipazione
Usciamo allora dalle nostre case e lasciamoci contaminare dalle spore di questa riappropriazione animica dell’arte contemporanea. Assorbiamo questa dimensione collettiva. Torniamo a quel serbatoio di archetipi condivisi di cui parlava la grande tradizione psicoanalitica: uno scudo emotivo, un vero paracadute esistenziale capace di proteggere e curare la nostra carne. Nel silenzio della visione evocativa, il micelio ha già iniziato a respirare. E noi con lui.
Bibliografia
- Andrea Barretta, L’arte sorretta dalla parola. I perché della bellezza perduta, EdiStorie, 2025, ISBN-13 979-1280759603
- Claire Bishop, Mariagiorgia Ulbar (Traduttore), Cecilia Guida (Traduttore), Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa, Luca Sossella Editore, 2024, ISBN-13 979-1259980748
- Nicolas Bourriaud, Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Postmedia Books, 2005, ISBN-10 8874900163 ISBN-13 978-8874900169
- Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, Postmedia Books, 2010, ISBN-10 8874900473 ISBN-13 978-8874900473
- Laura Iannelli, Pierluigi Musarò, Performative Citzenship: Public art, urban design, and political participation, Mimesis International, 2017, ISBN-10 8869770346 ISBN-13 978-8869770340
- Jean-Luc Nancy, Federico Ferrari, Francesca Lorandini (Traduttore), Estasi, Luca Sossella Editore, 2022, ISBN-13 979-1259980120
- Roberto Pinto, Con altri occhi. La città vista dai giovani artisti, Postmedia Books, 2013, ISBN-10 8874900236 ISBN-13 978-8874900237
- Roberto Pinto, Le relazioni oltre le immagini. Approcci teorici e pratiche dell’arte pubblica, Postmedia Books, 2022, ISBN-10 8874903456 ISBN-13 978-8874903450
- Roberto Pinto, Nuove geografie artistiche: Le mostre al tempo della globalizzazione, Postmedia Books, 2022, ISBN-10 887490083X ISBN-13 978-8874900831
- Domenico Quaranta, Media, New Media, Postmedia, Postmedia Books, 2020, ISBN-10 8874900554 ISBN-13 978-8874900558
La visione evocativa
- Alain de Botton, John Armstrong, Art as therapy, 2013; L’arte come terapia. The school of life, Guanda, 2013, ISBN-10:8823506360 ISBN-13:978-8823506367
- Massimo Fioranelli, La mente estetica. Neuroestetica, cuore e cervello, Mimesis, 2026, ISBN-13 979-1222333229
- Thomas Fuchs (Autore), Selene Mezzalira (Traduttore), Ecologia del cervello. La mente incarnata e l’ambiente, Astrolabio Ubaldini, 2021, ISBN-10 8834018036 ISBN-13 978-8834018033
- James Hillman, a cura di Francesco Donfrancesco, La politica della bellezza, Moretti & Vitali, Bergamo 1999; 2005
- James Hillman, L’anima del mondo. Conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, 2000; 2004 ISBN 8817126063
- Alva Noë, Out of Our Heads, 2009, (Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza), S. Zipoli Caiani (Traduttore), Raffaello Cortina Editore, 2010, ISBN-10 8860303451 ISBN-13 978-8860303455
- Alva Noë, Strange Tools: Art and Human Nature, 2015; Strani strumenti. L’arte e la natura umana, Einaudi, 2022
- Terry Smith, Currents of World Connectivity in Contemporary Art, Laurence King Publishing, 2011, ISBN-10 1856697169 ISBN-13 978-1856697163
I riferimenti ad autori e alle teorie che utilizzo nella visione evocativa di un’opera d’arte sono molti e sono attribuiti con gratitudine nella copiosa bibliografia che trovi su questa pagina: la visione evocativa dell’opera d’arte.
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