La mente estesa di Andy Clark, l’artista ragiona sulla tela

La mente estesa di Andy Clark, l’artista ragiona sulla tela è una teoria cognitiva che sposta la coscienza all’esterno della nostro corpo. di Marco Rabino

Andy Clark è uno dei più influenti filosofi e scienziati cognitivi contemporanei. Nasce a Londra nel 1957 e collabora con prestigiose istituzioni come l’Università del Sussex. La sua fama accademica si è diffusa a livello mondialegrazie alle idee rivoluzionarie nel campo della Filosofia Cognitiva. Andy Clark ha elaborato alcune brillanti idee sul modo in cui concepiamo i confini della mente umana, della tecnologia e del cervello.

Nel 1998 insieme al filosofo David Chalmers teorizza il concetto di Mente estesa. Nel saggio intitolato The Extended Mind, Clark risponde alla domanda: “Dove finisce la mente e dove inizia il resto del mondo?” I ricercatori affermano che la mente non è confinata dentro il nostro cranio, e la pelle non è il confine tra noi e il mondo, ma si estende nel mondo fisico esterno nel quale agiamo con il corpo. Questo atteggiamento i due autori lo definiscono esternalismo attivo (externalism about mind), “basato sul ruolo attivo dell’ambiente nel guidare i processi cognitivi“.

Esternalismo attivo di Andy Clark e David Chalmers

Clark e Chalmers definiscono due tipi di azione sul mondo: l’azione pragmatica e l’azione epistemica:

Le azioni epistemiche modificano il mondo in modo da favorire e potenziare processi cognitivi come il riconoscimento e la ricerca. Le azioni puramente pragmatiche, al contrario, modificano il mondo perché un cambiamento fisico è desiderabile di per sé (ad esempio, riempire una falla in una diga con del cemento).

Nel caso dell’azione epistemica, che si avvicina all’azione artistica, la parte del mondo coinvolta nell’azione, fa parte del processo cognitivo. “I processi cognitivi non sono (tutti) nella testa!” Secondo gli autori quindi, nel caso di un’azione epistemica, come la creazione artistica, “l’organismo umano è collegato a un’entità esterna in un’interazione bidirezionale…“.

Rimuovendo il componente esterno, la competenza comportamentale del sistema diminuirà, proprio come accadrebbe se rimuovessimo una parte del suo cervello. La nostra tesi è che questo tipo di processo accoppiato sia a tutti gli effetti un processo cognitivo, indipendentemente dal fatto che si svolga interamente nella testa o meno.

L’arte come azione epistemica

Un passo dello studio di Clark e Chalmers mi aiuta ad applicare le loro teorie in campo artistico: “Le parole e i simboli esterni sono quindi di primaria importanza tra i vortici cognitivi che contribuiscono a costituire il pensiero umano.” Per simboli intendo le immagini, gli engrammi (Aby Warburg) i simboli religiosi, i miti, che si offrono a un osservatore delle opere d’arte. “Siamo immersi fin dalla nascita da simboli e immagini: il cervello umano, plastico e in continua evoluzione, arriverà sicuramente a considerare queste strutture come una risorsa affidabile da integrare nella formazione delle routine cognitive interne.

Nella vita di ogni giorno: “noi interveniamo in molteplici media linguistici, creando strutture e perturbazioni locali la cui presenza costante alimenta i nostri processi interni.” Accolgo, così, le teorie di Clark e Chalmers per sostenere la mia idea di visione evocativa dell’opera d’arte. Guardare in modo concentrato e consapevole un dipinto o una scultura, senza condizionamenti nozionistici, attiva quest’azione epistemica che ci aiuta nelle “perturbazioni della vita quotidiana.”

Nel suo libro intitolato Natural-Born Cyborgs, del 2003, Clark afferma che gli esseri umani sono biologicamente predisposti a fondersi con la tecnologia. Secondo l’autore l’uomo è un cyborg naturale utilizzando come supporto esteso proprio la rete internet e il computer.

Supersizing the Mind è del 2008 e Surfing Uncertainty del 2015: in questi testi Clark ha iniziato a esplorare ed estendere il concetto di Mente estesa.

La mente estesa dell’artista

Se sviluppiamo il principio postulato da Andy Clark possiamo immaginare che il pittore non usa la tela solamente per “registrare” un’idea che ha già in testa. La tela, il colore e il pennello sono l’estensione fisica dei suoi lobi parietali, quindi la creatività dell’artista agisce anche attraverso i materiali che utilizza. L’artista pensa sulla tela. L’opera d’arte non è il prodotto della sola mente biologica. Invece la mente dell’artista si estende e si solidifica nel mondo nel quale opera.

Extreme Imagination, la mostra del 2019

La teoria della mente estesa di Clark ha ispirato mostre d’arte come “Extreme Imagination” al Tramway nel 2019. In questo contesto artistico l’idea del ricercatore è stata utilizzata per esplorare il rapporto tra l’esperienza delle immagini visive e la creazione artistica. Il presupposto di Clark che ha ispirato l’evento è che il taccuino dell’artista è più di un semplice strumento: è infatti parte di un “sistema cognitivo esteso e unificato“. Inoltre è un modo per manipolare dati che “il cervello biologico troverebbe difficili, dispendiosi in termini di tempo o addirittura impossibili” (Clark, A. 2003, Natural-Born Cyborgs: Minds, Technologies, and the Future of Human Intelligence, p. 76. Oxford: Oxford University Press).

La professoressa Dory Scaltsas, ha sviluppato le idee di Andy Clark sostenendo che gli oggetti esterni non solo fungono da estensioni della nostra mente, ma incarnano anche i nostri valori e le nostre idee.

Le ricerche di Andy Clark procedono poi verso il concetto di Cervello Predittivo (The Experience Machine, 2023). Affinando poi il concetto di allucinazione controllata ipotizzato nel testo intitolato The Experience Machine: Blow Your Mind and Plan Your Brain (2023).

La tecnologia di secondo livello o Strange tool di Alva Noë e l’azione epistemica di Andy Clark

Per comprendere meglio il concetto di azione epistemica di Andy Clark che sostiene la teoria della mente estesa, faccio un confronto con l’idea che l’arte è tecnologia di secondo livello (o “strange tool“) di Alva Noë. Il confronto nasce dal fatto che i due ricercatori condividono radici nell’enattivismo. Pe rentrambe la mente e la coscienza non come un calcolo interno al cervello, ma un’attività che si realizza nell’interazione attiva con il mondo e con gli artefatti. Di conseguenza, secondo la mia interpretazione, osservare un’opera d’arte diventa una vera visione evocativa.

L’azione e l’ambiente

Per Clark, quando manipoliamo l’ambiente riduciamo il carico computazionale interno. Per Noë, l’arte usa le pratiche e le tecnologie quotidiane (di livello uno) per metterle in scena e creare un dispositivo che ci fa riflettere.

La riorganizzazione

Entrambi i concetti descrivono un circuito di feedback in cui l’oggetto esterno o la pratica culturale non si limita a riflettere la mente, ma la riorganizza e la trasforma. L’opera dell’artista, quando originale e progettata in modo efficace, non artigianale, ma creativo, permette a chi la guarda di riorganizzare le proprie credenze, pensare e meditare sulle questioni che in quel momento sono di impellente risoluzione o dolorose (secondo la teoria di Alain de Botton, 2013).

Esiste però, una differente intenzionalità nelle ricerche dei due autori: Clark è orientato a una ricerca sulla funzionalità: è orientata a un compito pratico o cognitivo (risolvere un problema, calcolare, ricordare). Per Noë, l’arte, in quanto “strumento reso strano” (strange tool), sospende la funzione pratica (tecnologia di primo livello) per permetterci di riflettere sulle nostre strutture d’abitudine. L’estensione (la mente estesa) di Clark espande l’efficienza della cognizione nel mondo; l’arte di Noë (lo strano strumento) interrompe la nostra quotidiana adesione alle tecnologie di primo livello (azioni pratiche) per interrogarci su chi siamo.

L’artista al lavoro – l’azione epistemica

Esempi di azione epistemica in campo artistico sono l’uso del bozzetto preparatorio (lo schizzo) o la manipolazione della materia (come la creta) durante il processo creativo. Lo scultore che modella il pezzo di argilla non proietta nella materia un’idea visiva già perfettamente formata e definita nella sua testa (come solitamente si narra della tecnica di Michelangelo). Invece inizia a manipolare la creta, modella i corpi principali, scava, aggiunge pezzi, stira la superficie. L’azione epistemica di cui parla Clark è proprio questo processo interattivo e bidimensionale: ogni azione sulla creta modifica l’oggetto esterno. Questa modifica visiva e tattile offre quindi all’artista nuove informazioni che la sua mente non avrebbe potuto calcolare o immaginare in anticipo da sola.

Lo scultore al lavoro

La creta, la materia “risponde” alle azioni dello scultore con modifiche fisiche che corrispondono a ombre, vincoli fisici o forme impreviste. Si crea quindi un circuito di feedback continuo: il carico cognitivo è distribuito tra cervello e materia. L’artista fa un movimento guidato da un’intuizione che proviene dal bozzetto disegnato, dal progetto. L’argilla cambia così forma nel mondo fisico. L’artista osserva la nuova forma, e l’artista ottiene dalla percezione un nuovo stimolo che può confermare il progetto dello schizzo disegnato o stimola un nuovo pensiero che prima non esisteva. In questo caso, l’artista corregge la sua manipolazione e compie un’altra azione fisica.

Secondo la teoria di Andy Clark, il blocco di argilla e le mani dell’artista non sono semplici “esecutori” di un ordine del cervello (mente interna). Sono, invece, parte integrante del sistema cognitivo che sta scoprendo, definendo e creando l’opera d’arte (mente estesa). L’azione fisica non serve semplicemente a eseguire un progetto totalmente mentale, ma a produrre conoscenza. Devo confessare che questo ragionamento, che mi pare del tutto condivisibile, è assolutamente vicino al concetto di imparare facendo (Learning by doing) del filosofo e pedagogista americano John Dewey. Infatti, Andy Clark e i teorici della mente estesa (così come Alva Noë) considerano il Pragmatismo americano di John Dewey come uno dei più importanti precursori nobili delle loro teorie. Dewey già un secolo fa rifiutava l’idea che la mente fosse una scatola isolata dal mondo esterno.

L’osservatore della visione evocativa

Quando, invece, un osservatore contempla un’opera d’arte cogliamo il suo movimento nello spazio davanti a un dipinto di grandi dimensioni, a un’installazione o a una scultura. Nel caso di un dipinto, infatti, ci avviciniamo alla tela per mettere a fuoco un dettaglia o le pennellate. Ci allontaniamo poi per vedere meglio l’insieme, di lato per evitare un riflesso. Così, nel caso di una scultura o di una installazione questo movimento esplorativo intorno all’opera è ancora più esteso.

Il concetto di azione epistemica applicata all’osservazione di un’opera d’arte si trova proprio in questo movimento. Secondo Clark, non compiamo un’azione pragmatica (come spostarsi per uscire dalla stanza), ma un’azione computazionale. Lo spostamento del corpo dell’osservatore, interagisce con il mondo esterno (la tela o la scultura). La realtà si riorganizza visivamente, e rivela dettagli, sfumature cromatiche e relazioni spaziali che il cervello non avrebbe mai potuto dedurre o calcolare restando fermo in un unico punto.

L’osservazione di un dipinto è, quindi, un processo bidirezionale determinato da continui feedback. Il nostro sguardo coglie un riflesso, un cambio di densità nel colore’ un’asperità della materia così il cervello, per “indovinare” cosa sia, comanda un’azione fisica: fare due passi a sinistra. Il cambio di prospettiva nel mondo reale determinato nel nostro sguardo offre un nuovo dato visivo più comprensibile. Questa nuova informazione modifica l’esperienza estetica e la comprensione dell’opera, guidando il movimento successivo. Aggiungerei che più la nostra visione è priva di condizionamenti intellettuali che “guidano“, più autentica ed efficace sarà l’esperienza visiva. Si tratta di quello che io definisco superare la soglia della superficie dipinta attraverso la visione evocativa.

Bibliografia

  • Alain de Botton, John Armstrong, Art as therapy, 2013; L’arte come terapia. The school of life, Guanda, 2013, ISBN-10:8823506360 ISBN-13:978-8823506367
  • Andy Clark, David Chalmers, La teoria della Mente Estesa (The Extended Mind) (1998)
  • Andy Clark, (Natural-Born Cyborgs) (2003)
  • Andy Clark, Surfing Uncertainty (2015)
  • Andy Clark, The Experience Machine (2023)
  • John Dewey, Experience and Nature, 1925; Esperienza e natura, Torino, Paravia, 1948; Milano, Mursia, 1990; Giovanni Matteucci (Traduttore), Esperienza e natura, Einaudi, 2026, ISBN-10 8806265415 ISBN-13 978-8806265410
  • John Dewey, Art as Experience, 1934; Giovanni Matteucci (Curatore), L’arte come esperienza, Aesthetica, 2020, ISBN-10 887726103X ISBN-13 978-8877261038
  • Alva Noë, Action in Perception, 2004
  • Alva Noë, Out of Our Heads, 2009, (Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza), S. Zipoli Caiani (Traduttore), Raffaello Cortina Editore, 2010, ISBN-10 8860303451 ISBN-13 978-8860303455
  • Alva Noë, Strange Tools: Art and Human Nature, 2015; Strani strumenti. L’arte e la natura umana, Einaudi, 2022
  • Aby Warburg, Sandro Botticellis “Geburt der Venus” und “Frühling” (La Nascita di Venere e la Primavera di Sandro Botticelli – 1893
  • Aby Warburg, Bilderatlas Mnemosyne (Atlante delle immagini Mnemosyne – 1924–1929

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