La percezione della forma. Gloria. Vol. 1: di Hans Urs von Balthasar

La percezione della forma di Hans Urs von Balthasar ricolloca la bellezza al centro del pensiero filosofico e spirituale moderno.

di Marco Rabino

Nel primo volume della sua opera monumentale Gloria, intitolato La percezione della forma, il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar compie una radicale rivoluzione culturale: ricolloca la bellezza al centro del pensiero filosofico e spirituale moderno. La sua tesi di fondo è limpida: la bellezza non è un elemento decorativo o un fattore soggettivo, ma la via d’accesso principale alla verità dell’essere.

Forma e splendore nel testo di Hans Urs von Balthasar

Il saggio si sviluppa attorno a un binomio concettuale imprescindibile: la Forma (Species) e lo Splendore (Lumen). La Forma rappresenta la struttura visibile, la materia concreta, i confini geometrici e fisici attraverso cui un’opera o un elemento della realtà si manifesta. Lo Splendore è invece la luce interiore, l’energia invisibile e il surplus di significato profondo che abita quella struttura e vi brilla attraverso. Per Balthasar, la vera opera d’arte si riconosce proprio da questo: non si esaurisce mai nella somma delle sue parti tecniche o nella precisione millimetrica della sua descrizione anatomica, ma custodisce un mistero inafferrabile che ne illumina i dettagli sensibili.

Percezione e rapimento per incontrare la bellezza

Questa dinamica determina il modo in cui l’uomo incontra il bello, un processo che l’autore articola in due momenti fusi in un’unica polarità: il percepire e l’essere rapiti. Non si può cogliere l’essenza profonda di una forma se non ci si lascia colpire e ferire dalla sua presenza, e, al tempo stesso, non può esserci un autentico rapimento interiore che non sia ancorato alla serietà della materia visibile. Balthasar contesta duramente lo sguardo analitico frettoloso, razionalista o meramente scolastico, che viviseziona le forme distruggendone l’unità e spegnendone lo splendore originario.

Tre opere del passato che riflettono la teoria di Balthasar

La corrispondenza perfetta tra la struttura geometrica della Forma e la rivelazione dello Splendore teorizzata da Balthasar emerge con straordinaria chiarezza in alcuni grandi capolavori della storia dell’arte occidentale.

Piero della Francesca, La Flagellazione di Cristo (dopo il 1459 circa, Urbino)

Piero della Francesca, Flagellazione, dopo il 1459, tempera su tavola, 67,5 x 91 cm. Urbino, Galleria nazionale delle Marche
Piero della Francesca, Flagellazione, dopo il 1459, tempera su tavola, 67,5 x 91 cm. Urbino, Galleria nazionale delle Marche

Questo dipinto è un esempio supremo di rigorosa compostezza geometrica. La Forma è scandita da una prospettiva matematica infallibile, da architetture classiche perfette e da una distribuzione dei corpi rigorosamente calcolata. Eppure, questa rigida intelaiatura razionale non congela l’immagine; al contrario, diventa il medium necessario attraverso cui pulsa e si manifesta lo Splendore del sacro. La luce limpida che inonda la scena e l’enigmatico silenzio dei personaggi sospendono il tempo, rapendo lo spettatore e trasportandolo oltre il dato puramente storico del racconto.

Caravaggio, La vocazione di San Matteo (1599-1602, Roma)

Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599-1602, olio su tela, 322 x 340 cm. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli
Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599-1602, olio su tela, 322 x 340 cm. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli

In questa tela, l’incontro tra la materia concreta della Forma e la forza del Lumen si fa drammatico ed evidente. La forma è densa, carnale, fatta di persone reali, vestiti dell’epoca, taverne scure e sporcizia. Ma questa materia viene squarciata da un raggio di luce diagonale e tagliente che accompagna il gesto di Cristo. Quella luce non è una semplice illuminazione naturale; è il mistero teologico dello splendore spirituale che irrompe nella carne del mondo ordinario. Chi guarda il dipinto sperimenta esattamente il “rapimento” descritto da Balthasar: viene strappato alla descrizione aneddotica dei giocatori d’azzardo per essere catapultato di fronte all’assoluto della chiamata divina.

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (1818, Amburgo)

Caspar David Friedrich, Viandante davanti al mare di nebbia, 1818 circa, olio su tela, 95 x 75 cm. Amburgo, Kunsthalle
Caspar David Friedrich, Viandante davanti al mare di nebbia, 1818 circa, olio su tela, 95 x 75 cm. Amburgo, Kunsthalle

Nel capolavoro del Romanticismo tedesco, la percezione della forma naturale si apre direttamente sull’infinito. La figura di spalle in primo piano e le creste rocciose costituiscono la Forma visibile e solida del paesaggio. Tuttavia, la nebbia che avvolge l’orizzonte e la vastità dello spazio circostante sprigionano il Lumen del sublime, l’eccedenza di un senso misterioso e universale che la natura nasconde e rivela al tempo stesso. Lo sguardo del viandante, e con lui quello di chi osserva il quadro, viene sottratto al calcolo utilitaristico della terra per essere condotto al silenzio e al rapimento contemplativo.

Le radici filosofiche e teologiche della teoria di Balthasar

La concezione tomista della bellezza in Balthasar non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in una precisa linea genealogica che unisce la teologia medievale alla grande filosofia della natura tedesca. Il primo punto di riferimento è senza dubbio San Tommaso d’Aquino, da cui Balthasar eredita i concetti di integritas (la pienezza della forma), consonantia (l’armonia delle parti) e, soprattutto, claritas (lo splendore intrinseco della verità).

A questa impostazione scolastica si innesta la lezione della Gestalt (la teoria della forma) di Johann Wolfgang von Goethe. Da Goethe, il teologo svizzero mutua l’idea che la natura e l’arte vadano comprese nella loro totalità organica: la forma non è una prigione statica, ma un fenomeno vivente che rivela l’archetipo e l’essenza stessa dell’essere. Infine, un ruolo decisivo è giocato dalla fenomenologia di Edmund Husserl, che spinge Balthasar a descrivere la percezione estetica non come un sentimento vago, ma come un incontro rigoroso e oggettivo con l’opera che si manifesta alla coscienza nella sua evidenza monumentale.

L’influenza su pensatori e storici dell’arte successivi

L’eredità di Gloria e della teologia estetica di Balthasar ha esercitato un impatto profondo su numerosi filosofi e teorici della cultura visiva della seconda metà del Novecento. In ambito filosofico, il pensatore francese Jean-Luc Marion ha ripreso e radicalizzato l’idea del “rapimento” davanti alla forma per formulare la sua celebre fenomenologia della donazione e del “fenomeno saturo”, descrivendo l’opera d’arte (in particolare l’icona) come una realtà che travolge lo sguardo dell’osservatore con un eccesso di luce e di senso che la ragione non può contenere.

Sul fronte della critica e della storia dell’arte, l’influenza di Balthasar si avverte chiaramente nelle riflessioni di Roger Scruton. Nel suo celebre saggio La bellezza, Scruton riadotta la polemica balthasariana contro il riduzionismo e la dissacrazione moderna, rivendicando l’incontro con il bello come una necessità terapeutica ed etica per salvare l’essere umano dall’alienazione e dal cinismo quotidiano. Anche gli studi sulla cultura visiva di Hans Belting risentono di questo impianto, laddove lo storico tedesco indaga il potere spirituale dell’immagine prima dell’era dell’arte. Belting rintraccia nel Medium e nel corpo dell’osservatore il luogo vivo in cui lo splendore della forma torna a manifestarsi come si può vedere nella luce di Caravaggio e nella geometria di Piero della Francesca.

Hans Urs von Balthasar, Gloria (vol. I: La percezione della forma), Jaca Book, 2025, ISBN-10 8816306998 ISBN-13 978-8816306998

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